Sunday Roast, la tradizione che Londra non dismette
Certamente è vero, ed è triste, che i pub spengano le loro luci: quasi uno al giorno ha chiuso i battenti nel 2025 tra Inghilterra e Scozia. Un dato, continuato, che testimonia che anche nella provincia inglese certe tradizioni si affievoliscono. Eppure almeno il Sunday Roast, il tipico pranzo domenicale con l’arrosto, le patate, verdure e lo Yorkshire pudding sempre accanto, tende a resistere ed è ovvio che nei ristoranti che cavalcano la migliore cucina inglese (che non è scadente, come vuole la vulgata, e certamente non coincide con fish and chips, per altro piatto niente male se fatto a dovere) si tenda a perfezionare l’offerta. Londra, in questo, non solo è un baluardo ma invece continuamente evolve e affila, anzi affina, i coltelli della competizione gastronomica.
Soste gaudenti nei ristoranti degli hotel di lusso
Ci sono i ristoranti super classici dove non si sbaglia mai e che infatti consiglio sempre: Rules, Wiltons (soprattutto per il pesce, intramontabile la sua Dover Sole),The Guinea Grill (che si vanta di cucinare il miglior beef d’Inghilterra) o il pub molto frequentato dai giovani (anche per cena, non solo birra, piacevole sorpresa) The Devonshire, molto vicino a Piccadilly Circus. Ma sono i ristoranti d’albergo che riservano sorprese, anche perché, nel vorticoso muoversi degli chef che da sempre caratterizza Londra, sono o future star dei fornelli o maestri acclamati che arrivano in hotel (solo per citare: Heston Blumenthal da tempo al Mandarin dopo i trionfi del Fat Duck, Mauro Colagreco ora con due proposte allo spettacolare Raffles London at the OWO).
Non si può non partire dalla splendida intuizione di qualche anno fa della Pie Room del Rosewood in zona Holborn. Hotel bellissimo, gusto déco ma rivisitato, bar ottimo come Scarfes, ristorante con piatti tipici e la iconica Pie Room, dedicata a una delle più solide istituzione culinarie britanniche: le pies. La chef Nokz Majozi ha appena lasciato, dopo 11 anni, la Pie Room (va al Fallow, da provare, già tra i posti più cool della capitale) ma il suo influsso ovviamente si sente ancora. Nella Pie Room, e nel ristorante Holborn Dining Room, le creazioni, torte salate ripiene (che si possono anche comprare al volo, grazie ad un apposito sportello su strada per il take away), o “pasticci” come ancora dice qualcuno, sono un vero tesoro di gusto. E il Sunday Roast non è da meno: qui suggerirei di farselo servire con un gin cocktail, dal momento che il Gin Bar, oltre 300 etichette per tutti i gusti, permette accoppiamenti da esplorare. La catena di lusso Rosewood ha appena aperto a Londra un altro hotel che è già il massimo, sontuoso in tutti gli aspetti, nell’imponente ex ambasciata americana, The Chancery. Per la ristorazione, però, hanno puntato su Giappone e Mediterraneo.
Chef di tradizione e stelle nascenti
Movimento anche al The Beaumont, stile Art Déco a Mayfair, hotel a due passi da Selfridges, e non è un caso: sorge nel palazzo-parcheggio che fu costruito per i clienti del grande magazzino. Hotel di grandi finezze (qui l’artista Antony Gormley ha realizzato una strepitosa suite-opera, ma anche la Schiaparelli non è da meno), ha rilanciato con investimenti e ha appena cambiato la cucina con Rosi, nuovo capitolo della chef Lisa Goodwin-Allen. Il suo compito è proporre una cucina di solido impianto tradizionale, con iniezioni di modernità. Si è portata dietro Jozef Rogulski, con lei al Game Bird (era, con loro, uno dei ristoranti migliori per la cacciagione, per me) dello Stafford. E qui non mancate, oltre al roast, di gustare il Chicken Kyiv, un piatto russo che furoreggiava negli anni 70, burro al tartufo e purè ottimi. La nuova sala, ripensata in colori pastello e con affreschi di una star odierna come Luke Edward Hall dona all’ambiente un’eleganza raffinata vecchia Mayfair, adatta a un albergo che deve essere all’altezza della sua narrazione: un perfetto gentleman (immaginario) come Beaumont, che aspira solo al meglio. Sono sulla buona strada. Ma se dovessi puntare una sterlina sulla prossima stella lo farei sul nuovo head chef del The Grill at The Dorchester, Jacob Keen-Downs arrivato ad agosto sotto la supervisione del direttore gastronomico Martyn Nail per ridare slancio al Grill, un pezzo di storia della ristorazione londinese (se volete strafare, in hotel avete comunque Ducasse, tre stelle). Ebbene, Jacob e il suo team – un servizio praticamente perfetto, discreto, puntuale, cordiale – prima mi hanno portato il Beef Wellington perfetto (unico neo: forse la porzione è eccessiva anche per due), poi lui in persona mi ha condotto a fine serata per un giro per cucine e cantina con una verve e una simpatia partecipe che fa davvero grande impressione. Una colazione tra le migliori di sempre (che bello ritrovare l’omelette Arnold Bennett) per chi si ferma a dormire in uno degli hotel migliori di Londra fin dagli anni 30, quando aprì, e fu “casa” di aristocrazia, affari e star dello spettacolo. Per noi vecchio stile, poi, c’è già la collaborazione in atto con il prestigioso jazz club Ronnie Scott’s (del resto al Dorchester era di casa Cole Porter) che aggiunge atmosfera al Grill (arredamento vibrante, solenne eppure appartato insieme), mentre la domenica, dopo l’ottimo Sunday Roast vi arriva a fianco un carrello con dolci altrettanto tipici: banana split, il gelato baked Alaska, Sherry trifle. Ultima nota: per prepararsi alla cena, scegliete il Bar Vesper che oltre ad ottimi cocktail (ora la carta è ispirata alla sezione aurea) ha un claim pubblicitario geniale: «But first, a Martini». Non avete già appetito? È pure domenica…
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