Sul Financial Times la critica al ticket di 2 euro per Fontana di Trevi
Dal mito cinematografico alla critica sociologica. Nel suo commento, la giornalista britannica Alex von Tunzelmann parte da La Dolce Vita per arrivare a una denuncia più ampia: l’idea che oggi l’accesso alla meraviglia barocca sia mediato da un’autorità che ne controlla l’ingresso, spezzando un legame secolare tra Roma e i suoi abitanti.
Con la consueta ironia anglosassone, Tunzelmann osserva dalle colonne del Financial Times che se Anita Ekberg volesse oggi immergersi nella Fontana di Trevi dovrebbe prima mettersi in fila, acquistare un biglietto e forse pagare un supplemento per il celebre gatto sulla testa.
Un paradosso che diventa simbolo di un processo più profondo: la monetizzazione dell’esperienza urbana. “I piaceri che una volta erano gratuiti ora sono monetizzati”, scrive, evidenziando come il pagamento introduca non solo una barriera fisica, ma anche psicologica.
Il caso Trevi viene inserito in una tendenza globale di gestione dell’overtourism. Dal Pantheon, diventato a pagamento nel 2023, fino a Venezia e al suo contributo di accesso, passando per le barriere anti-selfie in Giappone, la logica appare la stessa: difendere le città reali trasformandole progressivamente in spazi regolati, simili a parchi tematici. Monumenti che rischiano di assomigliare, nelle parole dell’autrice, a “distributori automatici di cultura”.
Il punto centrale della critica riguarda l’identità urbana. Le città, avverte Tunzelmann, non possono ridursi a semplici sfondi per selfie.
Se vogliono continuare a essere luoghi vivi, devono trovare un equilibrio tra turismo e quotidianità dei residenti. In caso contrario, il pericolo è una frattura profonda: quella in cui chi abita un luogo finisce per sentirsi ospite nella propria città, escluso da ciò che un tempo gli apparteneva.
L’articolo si chiude con un consiglio che ha il sapore di una piccola resistenza civile. Per ritrovare la magia autentica della Fontana di Trevi — e lo spirito libero di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg — resta un solo momento possibile: la notte. Quando le barriere sono abbassate, i tornelli spenti e Roma smette di essere un museo a pagamento per tornare, anche solo per qualche ora, a essere davvero di tutti.
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