Cultura

Su Netflix, c’è una serie thriller che ha diviso pubblico e critica (ma che merita un’occasione)

Nelle profondità del catalogo Netflix giace sepolta una serie che nel 2020 ha diviso l’opinione pubblica come poche altre. Messiah, thriller politico in 10 episodi uscito nel giorno di Capodanno di quell’anno, ha generato un paradosso critico raro: un 88% di gradimento su Rotten Tomatoes dal pubblico contro un misero 45% dalla critica. Eppure, a sei anni dalla sua uscita, questa produzione è praticamente scomparsa dalle conversazioni, relegata nell’oblio degli algoritmi e delle classifiche di tendenza.

La premessa è semolice, ma d’impatto: un uomo misterioso di nome Al-Masih, interpretato da Mehdi Dehbi, emerge in Medio Oriente proclamandosi profeta divino e messaggero di Dio. Non si tratta di un santone qualunque che predica agli angoli delle strade. Al-Masih compie apparenti miracoli che vengono documentati e diffusi attraverso i social media: manifesta una tempesta di sabbia che ferma un attacco terroristico, guida un esodo di massa nel nome di Dio, raccoglie seguaci in tutto il mondo con una velocità che farebbe impallidire qualsiasi influencer contemporaneo.

È qui che entra in scena la CIA, nella persona dell’agente Eva Geller interpretata da Michelle Monaghan. Eva non crede minimamente alla narrazione del messia moderno. Per lei, Al-Masih è un truffatore elaborato e pericoloso, un maestro della manipolazione che sta ingannando milioni di persone attraverso il potere virale dei media digitali. La serie si sviluppa come un dilemma geopolitico ipotetico ma tremendamente realistico: come si ferma qualcuno la cui influenza si basa sulla fede, quando ogni tentativo di smascherarlo può trasformarlo in un martire agli occhi dei suoi seguaci?

Messiah – Netflix

Messiah funziona su più livelli narrativi. È un thriller che tiene incollati allo schermo, ma è anche un commento tagliente sui pericoli della disinformazione nell’era digitale. La maggior parte dei seguaci di Al-Masih lo conosce solo attraverso video virali e post sui social media, un dettaglio che risuona in modo inquietante con la nostra realtà quotidiana. Quanto sappiamo veramente delle figure che veneriamo online? Quanto è facile costruire una narrazione quando si controlla la sua diffusione virale?

Con 10 episodi che variano dai 38 ai 55 minuti, per un totale di circa 7 ore e mezza, Messiah è perfetta per un binge watching da weekend. Non richiede l’impegno titanico di serie da 8 stagioni, ma offre abbastanza sostanza per un’immersione completa in un mondo che mescola tensione, mistero e conflitto morale.

La controversia attorno alla serie potrebbe spiegare perché Netflix ha deciso di non rinnovarla per una seconda stagione, nonostante la richiesta del pubblico. Alcuni gruppi religiosi hanno considerato il tema provocatorio, se non offensivo. Ma è proprio questa esplorazione senza filtri delle credenze estreme e di come la società dovrebbe rispondere a esse che rende Messiah così rilevante. Come nel celebrato Waco con Taylor Kitsch e Michael Shannon, la serie racconta una storia senza tempo di fede contro autorità, di credenza contro scetticismo.

Messiah – Netflix

La critica, va detto, non è stata tenera. La serie ha i suoi difetti strutturali, momenti in cui perde il filo narrativo o si disperde in sottotrame che non aggiungono molto al quadro generale. Ma l’88% del pubblico ha visto qualcosa di diverso: una serie coraggiosa che pone domande scomode, che non ha paura di esplorare territori narrativi scivolosi, che tratta il suo pubblico come adulti capaci di gestire ambiguità morali.


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