Stretto di Hormuz, dallo shock dei prezzi al rischio crescita
La durata del conflitto in Medio Oriente resta incerta. Senza un allentamento della pressione sullo Stretto di Hormuz non esiste un ritorno rapido alla normalità. E senza flussi regolari, l’intero sistema energetico globale resta esposto. A lanciare l’allarme è Goldman Sachs, che traccia uno scenario critico: se le interruzioni dovessero durare, l’impatto potrebbe estendersi rapidamente dall’energia all’economia reale.
L’analisi ne chiarisce i motivi. Dallo Stretto di Hormuz passa normalmente circa il 20% del petrolio mondiale. Oggi i flussi sono crollati di oltre il 90%, con esportazioni quasi azzerate. L’impatto è stimato in 17,6 milioni di barili al giorno in meno, pari a circa il 17% dell’offerta globale: il più grande shock energetico mai registrato.
Le alternative sono limitate. Le rotte via pipeline tra Arabia Saudita ed Emirati compensano solo circa 1,8 milioni di barili al giorno. Anche in caso di intervento militare, il recupero sarebbe parziale: si può garantire la sicurezza delle navi, ma non riportare i volumi ai livelli normali, con una capacità stimata intorno al 20%. “Gli Stati Uniti hanno la capacità di scortare le navi commerciali nello Stretto, ma è fondamentale distinguere tra capacità e risultato: i convogli non saranno in grado di riportare i flussi di petrolio ai livelli normali”, spiega Kevin Donegan, ex comandante della Quinta Flotta della US Navy.

Il rischio si trasferisce sui prezzi. In uno scenario di normalizzazione rapida, il Brent potrebbe tornare verso i 70 dollari al barile entro fine 2026. Ma con interruzioni prolungate i livelli cambiano: 90 dollari nello scenario intermedio, oltre 100 dollari in caso di shock persistente, con la possibilità di superare i massimi del 2008 se il mercato iniziasse a scontare una riduzione strutturale dell’offerta.
L’impatto sull’economia globale è diretto e misurabile: ogni aumento del 10% del prezzo del petrolio riduce il Pil mondiale di oltre 0,1 punti percentuali e aumenta l’inflazione di circa 0,2 punti, con effetti più marcati nelle economie più dipendenti dalle importazioni energetiche, come Europa e Asia. Ma il punto più delicato è un altro. I mercati stanno prezzando lo shock come un problema di inflazione – energia più cara e politiche monetarie più caute – ma non hanno ancora incorporato pienamente il rischio di rallentamento della crescita: aumento dei costi per imprese e trasporti, compressione dei consumi e frenata della produzione industriale.

“Tutti gli elementi indicano che il conflitto è destinato a durare: l’Iran non sta segnalando alcuna intenzione di uscire, mentre gli Stati Uniti non hanno ancora raggiunto un risultato che possano presentare come una vittoria”, osserva Sanam Vakil, direttrice del programma Medio Oriente e Nord Africa di Chatham House.Con una crisi più lunga nello Stretto di Hormuz, il passaggio da shock dei prezzi a shock della crescita è lo scenario che potrebbe emergere nei prossimi mesi.
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