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Stretto di Hormuz bloccato, il Nyt: fallita la proposta italiana di corridoio umanitario | Il Fatto Quotidiano

Istituire un “corridoio umanitario” per consentire il passaggio sicuro di fertilizzanti e beni essenziali destinati ai paesi poveri. E’ la proposta che il 2 aprile Antonio Tajani ha presentato alla riunione in formato ministeriale e in videoconferenza presieduta da Londra dalla ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper con altri 39 paesi per trovare una soluzione che consenta di riaprire al traffico marittimo lo Stretto di Hormuz. Il progetto, riferisce il New York Times, “non è stato approvato dagli inviati presenti alla riunione, che si è conclusa senza un piano concreto per la riapertura dello stretto, né militarmente né in altro modo”. In realtà, prosegue il quotidiano della Grande mela, “nessuna delle opzioni a disposizione dell’Europa, degli stati del Golfo e degli altri paesi sembra infallibile, nemmeno ipotizzando la cessazione dei combattimenti”.

Una delle opzioni, la più immediata e sulla carta la più visibile, è quella delle scorte navali. L’idea è quella di accompagnare le navi mercantili attraverso lo Stretto bloccato da Teheran con unità militari: fregate europee, ma anche assetti di altri alleati, ciascuno responsabile delle proprie imbarcazioni. Parigi si è più volte detta favorevole, con Emmanuel Macron in prima linea nel proporre un ruolo attivo della marina francese. E’ la soluzione che piace di più agli Stati Uniti, che chiede agli alleati di condividere il peso della sicurezza marittima. Le controindicazioni sono evidenti: l’operazione è costosa e non risolutiva. I sistemi di difesa delle navi potrebbero non bastare contro minacce asimmetriche come droni o attacchi multipli. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha riassunto le perplessità con una domanda: cosa possono “una manciata o due di fregate europee” dove neanche la marina Usa riesce a garantire piena sicurezza?

Una seconda opzione, anche questa non risolutiva e comunque praticabile a posteriori, guarda al rischio – finora non confermato – della presenza di mine navali. Germania e Belgio si sono detti pronti a inviare dragamine per bonificare lo stretto una volta terminato il conflitto. È una misura tecnica, pensata per rendere di nuovo sicuro il passaggio delle petroliere. E anche qui emergono dubbi. I vertici militari occidentali non sono convinti che l’Iran abbia davvero minato il tratto di mare, attraverso il quale alcune navi, iraniane e non, continuano a transitare. Il rischio è quindi di mobilitare risorse costose per una minaccia che potrebbe rivelarsi limitata o inesistente.

La terza proposta prevede l’impiego di aerei da guerra e droni per intercettare eventuali attacchi iraniani contro il traffico commerciale. Washington ha spinto gli alleati europei a contribuire anche su questo fronte, ma anche questa soluzione non è priva di limiti. Anche in questo caso i costi sono elevati e l’efficacia non è garantita. L’Iran può colpire con mezzi estremamente semplici, come piccoli motoscafi con equipaggi ridotti. Basta che pochi attacchi vadano a segno per ottenere un effetto strategico: scoraggiare assicuratori e armatori, rendendo di fatto impraticabile la rotta.

La quarta e ultima opzione è la più complessa: combinare strumenti militari e pressione diplomatica per dissuadere l’Iran dal colpire le navi e, allo stesso tempo, costruire un quadro negoziale che renda sostenibile la riapertura dello stretto. In questo scenario entrano in gioco attori globali, non solo europei. Berlino, ad esempio, ha invitato la Cina a esercitare un’influenza “costruttiva” su Teheran. È probabilmente la strategia più realistica, ma anche la più lenta e incerta. I negoziati, finora, hanno inciso poco sull’andamento delle ostilità. Eppure, in assenza di alternative migliori, è quella che raccoglie maggiori consensi nelle cancellerie europee.

E se nulla funzionasse?, domanda il Nyt. Scontata quanto spaventosa la risposta: un blocco prolungato avrebbe conseguenze globali su energia, fertilizzanti, catene di approvvigionamento. In Europa, il rischio è una nuova ondata inflattiva accompagnata da crescita stagnante.


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