Umbria

Sterilizzazione fallita, mamma e papà risarcita per la nascita della figlia non desiderata


La Corte d’appello di Perugia ha riformato la decisione di primo grado del Tribunale di Terni, condannando una struttura sanitaria al risarcimento del danno per una sterilizzazione tubarica mal eseguita. La sentenza, che riconosce il diritto al risarcimento oltre che alla madre, anche al padre, tracciando un importante principio in materia di responsabilità medica per “nascita indesiderata”.

La vicenda risale all’ottobre del 2012, quando la donna si sottopone a un intervento di sterilizzazione tubarica in occasione di un parto cesareo presso l’ospedale di Narni. L’intervento, una semplice legatura e resezione della tuba destra, si rivela però inefficace, visto che a marzo del 2015, la donna dà alla luce una figlia non desiderata, concepita naturalmente nonostante la pregressa asportazione dell’ovaio sinistro. Nello stesso giorno, la signora è costretta a un secondo intervento di sterilizzazione, questa volta presso l’ospedale di Foligno.

I coniugi avevano, quindi, agito in giudizio per ottenere il risarcimento del danno, ma il Tribunale di Terni aveva rigettato la domanda. La Corte d’appello di Perugia, invece, ha accolto l’appello, ritenendo provata la responsabilità contrattuale della struttura sanitaria.

La decisione si basa in modo decisivo sulle conclusioni dei consulenti tecnici d’ufficio nominati in primo grado, secondo i quali le linee guida vigenti nel 2012 stabilivano che la metodica elettiva per una sterilizzazione efficace era la salpingectomia bilaterale laparoscopica (asportazione totale delle tube) o, in alternativa, l’asportazione di un tratto adeguato di tuba. La semplice legatura e resezione è, invece, associata al rischio di una ricanalizzazione spontanea e, quindi, di una successiva gravidanza.

I giudici di appello hanno ritenuto che i sanitari di Narni, optando per una tecnica meno efficace e non allineata alle migliori pratiche, avessero agito con imperizia, imprudenza e negligenza, determinando direttamente la gravidanza indesiderata.

La Corte ha anche censurato la condotta informativa della struttura in quanto il modulo di consenso firmato dalla paziente era un documento prestampato e generico, che menzionava genericamente un rischio di fallimento dello 0-5‰, ma non forniva dettagli specifici come le alternative terapeutiche disponibili, i rischi e i benefici specifici della legatura rispetto ad altre tecniche o le maggiori probabilità di successo delle procedure raccomandate. La paziente, quindi, non sarebbe stata posta in condizione di autodeterminarsi liberamente, subendo una lesione di questo diritto fondamentale.

Da qui il riconoscimento del risarcimento per la coppia quantificando così i danni: alla madre 20.000 euro per la lesione del diritto all’autodeterminazione (consenso informato carente e nascita indesiderata); al padre 10.000 euro per la lesione del suo diritto all’autodeterminazione; alla coppia 38.400 come danno patrimoniale “passato” per il mantenimento della figlia fino alla sentenza, più 29.916 euro per il mantenimento futuro fino alla maggiore età.

La Corte ha rigettato le ulteriori richieste di risarcimento per presunti danni esistenziali e dinamico-relazionali, ritenendole non provate e non automaticamente conseguenti alla nascita di un figlio, seppur non desiderato.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »