Stefano Felician, il triestino scelto per l’Italia tra i volti invisibili dell’Europa
31.01.2026 – 16.00 – Il premio è stato consegnato il 28 gennaio 2026, a Bruxelles, ma il suo significato non si esaurisce nella data di una cerimonia. Stefano Felician, triestino, 43 anni, è stato selezionato come vincitore per l’Italia tra i destinatari degli APA Awards 2026, il riconoscimento che per la prima volta ha deciso di premiare un assistente parlamentare per ciascuno Stato membro dell’Unione europea. Ventisette Paesi, ventisette professionisti, una sola scelta nazionale. Per l’Italia, il nome indicato è quello di Felician, che da undici anni lavora all’interno del Parlamento europeo come assistente parlamentare accreditato. Una figura che non compare nei voti, non interviene in aula, non firma emendamenti, ma che accompagna ogni fase del processo politico che precede le decisioni ufficiali. È un premio che parla poco di protagonismo individuale e molto di funzionamento istituzionale. Perché l’Europa, prima di essere dichiarazione, è metodo. E prima di essere politica, è lavoro.
L’idea di un riconoscimento necessario
Nel raccontare l’origine degli APA Awards, Felician parte da una constatazione che riguarda l’intero progetto europeo: «spesso è difficile comunicare cosa faccia l’Europa perché sai, sono tante cose, lingue diverse, deputati diversi». Per anni, il riconoscimento pubblico si è concentrato esclusivamente sugli eletti. «Da 22 anni fanno il cosiddetto MEP Award, cioè Member of the European Parliament, ed è un premio dedicato ai migliori deputati europei». Ma dietro quel livello visibile esiste un mondo molto più ampio. «Tu devi contare 705 deputati, possono avere fino a quattro assistenti l’uno. Se non fai due calcoli, oltre duemila persone che ruotano intorno ai deputati». Un sistema complesso, stratificato, multinazionale. Un ecosistema umano che regge la quotidianità del Parlamento e che, fino a oggi, non aveva mai ricevuto un riconoscimento formale. È da qui che nasce l’APA Award. «Quest’anno, per la prima volta, il Parliament Magazine ha detto: “Facciamo non solo i MEP Award, ma istituiamo per la prima volta l’APA Award”». Un premio pensato per gli assistenti parlamentari accreditati. «Per dare un premio ai 27 migliori assistenti parlamentari. Uno per Stato membro».

Chi lavora prima della politica
Nel dibattito pubblico, il lavoro parlamentare viene spesso ridotto al momento del voto. Ma la realtà, come racconta Felician, è molto diversa. «Non sono il semplice portaborse che ti apre la porta della macchina o ti porta il giornale». La distanza tra percezione e realtà è netta. «Noi facciamo di tutto: legislazione, negoziati, traduzioni in lingue diverse, missioni». Gli assistenti seguono i dossier fin dalle prime bozze, partecipano alle trattative tra gruppi politici, preparano testi, analizzano norme, affiancano il deputato nei rapporti con l’esterno. È un lavoro continuo, spesso senza orari. Un lavoro che richiede competenze tecniche, ma anche resistenza, flessibilità e capacità di lettura dei contesti. Per spiegarlo, Felician utilizza un’immagine concreta: «Io ti definirei che il nostro ruolo in realtà è quello di essere un guanto». Il guanto non decide il movimento, ma lo rende possibile. «Il guanto si muove dove il dito si flette». E così lo staff accompagna ogni gesto politico del deputato. «Noi seguiamo tutto quello che un deputato fa».
La call e la rete europea
La selezione per gli APA Awards nasce da una procedura aperta. «Diversi mesi fa loro hanno lanciato una specie di call dicendo: “Segnalate qualcuno dei vostri colleghi tramite un link”». Da lì, la candidatura di Felician comincia a muoversi all’interno del Parlamento. Non come iniziativa isolata, ma come riconoscimento costruito nel tempo. «Io sono in Parlamento da 11 anni, conosco molta gente, ho lavorato con moltissime persone di moltissimi Paesi diversi». Un capitale relazionale che, nel contesto europeo, rappresenta una forma concreta di credibilità professionale. Il sostegno arriva da ambienti diversi. «Colleghi ungheresi, polacchi, greci, portoghesi, spagnoli, belgi, rumeni». Un percorso che lui stesso descrive come «effetto palla di neve». Una dinamica spontanea, nata dalla quotidianità del lavoro condiviso.

Le verifiche informali
La fase successiva è quella dei controlli. Nessun riconoscimento viene assegnato senza verifiche. «Abbiamo chiesto in giro e poi abbiamo verificato evidentemente se sei una persona apprezzata, stimata, non solo dagli italiani». È un passaggio che racconta molto del funzionamento reale delle istituzioni europee. Il giudizio non è affidato a un algoritmo, ma a una rete di relazioni professionali che valuta affidabilità, serietà, capacità di lavorare in ambienti complessi. Alla fine, la decisione: Felician viene indicato come vincitore per l’Italia, all’interno di una selezione che assegna un solo nome per ciascun Paese membro.
Il valore della formazione
Nel suo percorso pesa anche un elemento spesso trascurato: la trasmissione delle competenze. «Per anni ho formato un sacco di stagisti». Un lavoro silenzioso, che nel tempo ha prodotto una rete diffusa. «Molti di questi sono andati da altre parti, chi all’ONU, chi in società private». Una presenza che, anche a distanza, continua a riflettersi. «Quando cominci ad avere persone terze che scrivono, penso che anche questo sia stato vincente, un added value». È il segno di un mestiere che non si limita all’oggi, ma costruisce continuità.

Il quotidiano parlamentare
Il lavoro dell’assistente è fatto di una molteplicità di livelli. «Scrivere normativa, negoziare normativa, valutare questa normativa». Ma anche atti non legislativi, interrogazioni parlamentari, risoluzioni, documenti di indirizzo. A questo si aggiunge la comunicazione. «Parlo con i giornalisti, scrivo molti comunicati stampa con il mio deputato». E il rapporto costante con la società civile. «Parli con le NGO, con i sindacati». Fino alle richieste dei cittadini. «La persona che si lamenta che la sua impresa, che magari fa mattoni, subisce la concorrenza dei mattoni che vengono dalla Cina». È in questi passaggi che l’Europa smette di essere astratta e diventa quotidiana.
Undici anni senza routine
«Io sono 11 anni che sono qui, non ho mai avuto un giorno uguale a un altro». È una frase che sintetizza bene il ritmo del lavoro europeo. Un lavoro fatto di urgenze, crisi, improvvisi cambi di agenda. E anche di una cultura professionale precisa. «Qui non esiste il “non si può”». Una mentalità che Felician collega alla propria origine. «Un added value che può avere un triestino è questo, cioè quello di sapere cosa significano posizioni diverse perché le vedi a casa tua». Trieste come città di confine, dove la pluralità non è teoria. «Il serbo, il croato, lo sloveno». Un’esperienza che torna utile anche a Bruxelles. «Parlare col finlandese più che col greco è una cosa diversa».
La chiave triestina
Nel suo racconto, l’identità non è rivendicazione, ma strumento. «La chiave è triestina, è capace di fare un po’ da ponte tra il mondo latino, il mondo slavo, il mondo tedescofono». Una definizione che sembra descrivere non solo una città, ma anche l’idea stessa di Europa: un luogo dove le differenze non vengono cancellate, ma tenute insieme.
Un premio che racconta l’Europa reale
Il conferimento dell’APA Award, il 28 gennaio 2026 a Bruxelles, non è soltanto un riconoscimento personale. È un segnale culturale. Racconta che l’Europa non vive solo nei momenti solenni, ma nella fatica quotidiana di chi traduce idee in testi, visioni in norme, politica in metodo. Raccontare la storia di Stefano Felician significa entrare in quel livello nascosto dell’Unione europea dove le decisioni nascono molto prima di diventare titolo. E significa ricordare che, in quei corridoi fatti di lingue diverse, mediazioni continue e compromessi necessari, c’è anche un pezzo di Trieste.
Approfondimento a cura di Francesco Viviani e Agata Cragnolin
[f.v.] [a.c.]



