Cultura

Steep Stims: Il respiro cinematico che parla Idm :: Le Recensioni di OndaRock

La gestualità è un’arte che Christopher Stephen Clark maneggia con destrezza. “Steep Stims” respira in queste polarità, oscillando tra funambolismi sintetici e attimi di quiete, dimessi e quasi sussurrati. Il producer, classe ’79 e attivo da inizio millennio, costruisce un’estetica del contrasto, sempre in bilico su quella wonky-Idm che da sempre ne rappresenta la cifra distintiva e continua ad attrarre puristi e ascoltatori laterali.
Anche se il filone estetico rimane sostanzialmente invariato, in quest’opera la sua inclinazione a modellare luci e ombre è più marcata. Lo si percepisce più qui che in altri titoli della sua discografia, tra cui spiccano l’omonimo “Clark” (2014) e “Boy Riddle” (2006), entrambi emanazione Warp Records, dettaglio che non stupisce.

La forza dell’inglese, da anni di stanza a Berlino, risiede forse nella capacità di generare dinamica: partire da un timbro vellutato per arrivare a un climax in cui la melodia trova il proprio zenit quando il filtro si apre, liberando frequenze in un’escalation emotiva sempre più intensa (“Infinite Roller”). È una formula nota, che si innesta nella melodic-Idm di artisti come Rival Consoles e richiama, a tratti, un sound design glaciale alla Ben Frost.
Ma l’armonia non è l’unico vettore del musicista. Rimane il magnete principale, certo, ma il disco si avventura altrove: dal pianoforte preparato di “18EDO Bailiff” alla successiva “Globecore Flats”, che ne riprende il motivo su una base techstep, fino a parentesi drill’n’bass à-la Squarepusher (“Blowtorch Thimble”).
In “Civilians” affiora un lampo juke, mentre “Who Booed the Goose” riecheggia le geometrie cristalline di Lorenzo Senni.

Per quanto variegato e tecnicamente impeccabile, l’album fatica però a esplodere. La tavolozza è ampia, ma non lascia addosso quell’impulso spontaneo a tornarci sopra. Come se la componente cinematica e dicotomica venisse esposta con un tono quasi scolastico, e il ricamo delle texture, per quanto minuzioso, finisse per evocare una sorta di debug sonoro più che un’urgenza narrativa. Ne deriva un lavoro elaborato e stimolante, sì, ma più vicino al regno del completismo.

11/12/2025




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