Scienza e tecnologia

Starlink non è invincibile: ecco come l’Iran ha oscurato i satelliti di Musk

Il blackout digitale imposto dall’Iran ha riaperto il dibattito sulla presunta invulnerabilità delle reti satellitari. Nei giorni in cui il traffico internet del Paese è crollato oltre il 95%, anche la connettività offerta da Starlink, che inizialmente sembrava una delle poche scappatoie, è invece diventata instabile e difficile da usare.

L’episodio ha mostrato quanto il controllo del territorio e delle infrastrutture fisiche possa ancora incidere su servizi ritenuti “oltre la portata degli Stati”. Una convinzione che, di fronte a un apparato repressivo organizzato, ha iniziato a mostrare crepe evidenti.

Vuoi ascoltare il riassunto dell’articolo?

Ascolta su Spreaker.

Quando un blackout diventa una strategia

L’8 gennaio 2026 il governo iraniano ha attivato un blackout digitale fra i più estesi e strutturati degli ultimi anni. Non si è limitato a bloccare le reti mobili e fisse, pratica già impiegata per contenere le proteste, ma ha puntato a isolare quasi del tutto il Paese mentre la repressione interna aumentava.

Nel giro di poche ore, circa 85 milioni di persone si sono ritrovate tagliate fuori dalle comunicazioni con l’esterno.

La differenza rispetto ai blocchi del passato è stata l’attenzione dedicata alle connessioni satellitari, considerate l’ultima via possibile per aggirare i filtri statali.

Il bersaglio è diventato proprio Starlink, servizio orbitale di SpaceX, che negli anni aveva assunto un ruolo simbolico ancora prima che tecnologico, soprattutto nelle zone colpite da conflitti o restrizioni informative.

Un simbolo non basta a mantenere la connessione

L’uso di Starlink in contesti come Ucraina, Myanmar o durante precedenti proteste iraniane aveva alimentato l’idea di una rete capace di superare qualsiasi confine. La presenza di migliaia di satelliti, la gestione dinamica delle frequenze e l’indipendenza dalle reti locali avevano trasformato il servizio in una sorta di icona della libertà digitale.

Anche il ruolo pubblico di Elon Musk aveva contribuito a questa immagine. Tuttavia, ciò che è accaduto in Iran ha evidenziato limiti strutturali spesso ignorati: rendere la rete instabile, intermittente e rischiosa da usare può essere sufficiente a ridurne drasticamente l’impatto.

Il servizio non è stato disattivato del tutto, ma è stato indebolito in modo efficace. In un contesto repressivo, questa semplice instabilità modifica completamente l’utilità della tecnologia.

Controllare la terra per colpire il cielo

L’aspetto più rilevante riguarda il metodo utilizzato per disturbare le comunicazioni. Le autorità non hanno toccato i satelliti in orbita, ma hanno agito sui terminali a terra e sui segnali necessari al loro funzionamento.

I dispositivi Starlink dipendono dal GPS per posizione e sincronizzazione. Interferendo con questi segnali attraverso jammer di livello militare, l’Iran ha degradato la qualità del collegamento fino a renderlo poco affidabile in aree molto ampie.

Il controllo del territorio resta quindi decisivo. In presenza di forze di sicurezza, confische di terminali e sanzioni severe, anche una tecnologia apparentemente autonoma può diventare inefficace o addirittura pericolosa da utilizzare.

Un segnale che arriva anche in Europa

L’episodio non riguarda soltanto il Medio Oriente. Il caso Iran‑Starlink mostra come la censura stia entrando sempre più nel campo della guerra elettronica, trasformando le infrastrutture private globali in attori con un ruolo geopolitico.

L’idea di una connettività “a prova di Stato” si rivela fragile senza adeguate tutele politiche, giuridiche e istituzionali. Una lezione che interessa da vicino l’Europa, dove cresce il dibattito sulla gestione dello spettro satellitare e dei servizi diretti ai dispositivi.

La dipendenza da operatori extraeuropei non rappresenta più solo un tema industriale, ma un nodo che tocca sicurezza, sovranità e diritti fondamentali.

Il caso iraniano, con tutte le sue implicazioni, evidenzia che la libertà di comunicazione non dipende solo dalle tecnologie che usiamo, ma soprattutto dal potere che le protegge quando servono davvero.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »