Stardust – Lucio Battisti – Quando Battisti scoprì il funk :: Gli Speciali di OndaRock
È convinzione diffusa che il “periodo bianco” di Lucio Battisti, quello dei dischi realizzati con Pasquale Panella, rappresenti una svolta clamorosa, una cesura netta rispetto alla precedente produzione del cantautore di Poggio Bustone. In realtà, la sua radicalità ha radici in una ricerca cominciata molto prima, almeno dai primi anni Settanta, quando il musicista laziale aveva già iniziato a spostare costantemente i confini della propria musica. In questo percorso, nel quale ogni approdo conteneva le premesse della trasformazione successiva, rientra anche la cosiddetta svolta funk-disco di uno dei massimi successi battistiani: “Ancora tu”. Dietro il successo popolare del brano – singolo più venduto in Italia nell’anno 1976 – c’è infatti un Battisti irrequieto, alla ricerca di nuove contaminazioni sonore, retaggio anche di un nuovo viaggio oltreoceano, dopo quello sudamericano che aveva condotto alla svolta di “Anima latina”, stavolta negli States del funk, del soul e della nascente disco-music.
Into the groove
Tra maggio e giugno del 1975, Battisti viaggia negli Stati Uniti. Visita New York, San Francisco e Los Angeles, poi rinuncia alla tappa prevista a Nashville per prolungare la permanenza in California. È un soggiorno di ascolti e stimoli, durante il quale si interessa tanto ai nuovi suoni quanto alle tecniche di registrazione. Il soul orchestrale e la disco stanno trasformando il panorama della musica americana; il funk offre un modo di costruire i brani nel quale gli strumenti si incastrano e il movimento nasce dalla precisione dei loro rapporti. In quei giorni dichiara: “È sciocco continuare a guardarsi indietro”, rivelando di essere “eccitato dall’idea di incidere un album in Usa”.
Battisti porta con sé una chitarra acustica a dodici corde, con cui sperimenta ritmi e melodie. Nel racconto ricostruito da Mauro Ronconi in “Canzoni per un mondo senza Beatles“, “Ancora tu” prende forma durante un viaggio sulla Interstate 5 e riceve un primo titolo provvisorio sulle strade della California: “San Diego Freeway”.
Al ritorno in Italia, la parola d’ordine è groove e Battisti cerca i musicisti capaci di dare corpo a quella nuova intuizione. Per “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera”, pubblicato nel 1976, il gruppo di lavoro sarà decisivo: il titolo stesso porta in primo piano gli strumenti e suggerisce quanto conti, stavolta, l’impalcatura ritmica. Alla batteria e al basso si trovano rispettivamente Walter Calloni e Hugh Bullen: entrambi molto giovani, ma già considerati promesse dei loro strumenti, avevano collaborato con Eugenio Finardi ed erano sessionmen dell’etichetta Cramps (in particolare, Bullen aveva anche suonato con gli Area). Alle tastiere c’è Claudio Maioli, alle chitarre un Ivan Graziani finalmente in rampa di lancio dopo anni di gavetta. Alle sessioni partecipano inoltre, senza accredito ufficiale, Tony Esposito alle percussioni e Massimo Salerno per le tastiere di “Ancora tu”.
Mogol firma tutti i testi e supervisiona la produzione, mentre Battisti cura arrangiamenti e produzione, oltre a suonare diversi strumenti.
Il manifesto del nuovo corso
Il singolo “Ancora tu” è già manifesto del nuovo corso: l’intro è un caleidoscopio di sincopi e incastri ritmici tra batteria e chitarre elettriche, congegnato in una maniera tale da far invidia alle più blasonate formazioni funk americane come Ohio Players o Isley Brothers. I primissimi secondi sono matematici e primordiali allo stesso tempo, secondo un binomio tipico della musica funk. Matematici, perché le due chitarre elettriche si risolvono come fossero un’equazione. Quella mixata nel canale sinistro suona gli accordi con una diteggiatura da accompagnamento standard in un’esecuzione chitarra-voce, su note medio-alte, e termina il riff alla fine del secondo quarto della battuta. Quella sul canale destro, invece, suona note alte e completa il suo riff, con tensioni armoniche di nona, sesta o con passaggi per semitoni, negli ultimi due quarti. Le due chitarre sembrano metaforicamente staffettisti che si passano il testimone. Primordiali, perché la cassa ha un suono compresso, potente, ma la sua scrittura ritmica è ricercata e lo stesso inizio del brano è così fulminante da sembrare non rifinito, come tagliato e montato ad arte da una jam session. I charleston disco, solitamente utilizzati come complemento ritmico, fungono da architrave, fondamenta dei primi venti secondi di canzone.
Gli elementi dell’introduzione sono lo scheletro del brano e non verranno più lasciati, eppure a partire dal ventunesimo secondo si respira un’atmosfera completamente diversa. Tanto tagliente, essenziale e crudo è l’incipit quanto vellutato, dolce è il tappeto che accompagna l’ingresso del testo. La batteria si arricchisce di un ulteriore charleston, sovrainciso e suonato sul levare di ogni battito per enfatizzarlo, e del rullante che scandisce il secondo e il quarto battito della battuta. Si tratta di classici elementi ritmici della disco music. Tuttavia, senza la proverbiale cassa in quattro quarti il risultato finale suona decisamente più elaborato rispetto alla media del genere, senza rinunciare a una grande solidità. Il basso di Bullen è il ponte tra Richard Finch dei Kc & The Sunshine Band e Bernard Edwards degli Chic. Elementi cruciali del cambio di registro sono però le tastiere: il pianoforte elettrico, più evidente, rifinisce il groove di batteria e basso con rapidi passaggi di accordi, i più pregevoli dei quali sono le alternanze tra Fa diesis minore settima, Sol maj7 e di nuovo Fa diesis minore settima nel secondo ciclo di accordi della “strofa”. Tali alternanze sono fondamentali nel non disperdere il tiro del brano, dal momento che proprio in quei momenti vi è un accordo, il Fa diesis minore settima, di due battute di durata, che contrasta con la scansione di un accordo per battuta mantenuto in tutto il resto della canzone. Le altre tastiere, sebbene meno pervasive, rivestono un ruolo altrettanto importante nell’arrangiamento: si possono ascoltare numerosi interventi melodici suonati da una tastiera acuta, inserti che spesso hanno la funzione di doppiare la voce di Battisti, così come un costante synth string che, pur restando piuttosto in penombra nel mix, è decisivo nel dettare gli umori della canzone, con i suoi saliscendi di ottava.
È difficile definire la struttura di “Ancora tu”, in quanto vi è sostanzialmente un’unica, grande ripetizione di quattro sequenze di accordi. Con l’eccezione di uno “special” che spezza drasticamente l’inerzia al minuto 3:13 in corrispondenza della frase “Disperazione e gioia mia/ Sarò ancora tuo, sperando che non sia follia”: un passaggio inaspettato che prepara il terreno per la modulazione ascendente di un tono che caratterizza il finale e la coda. Qui le “strofe” con cui si è familiarizzato fino a pochi secondi prima si ripetono, alzate di un tono. Si tratta un espediente abusato spesso in maniera triviale nella musica pop, tanto da essergli valso una sorta di etichetta canzonatoria, “Truck Driver’s Gear Shift“, ma che in questo caso, grazie alla preparazione precedente, tanto istintiva quanto sofisticata, assume un valore catartico, liberatorio, enfatizzato dagli acuti celestiali di Battisti.
Su questo impianto ritmico, Mogol innesta una scena quotidiana: due ex innamorati si incontrano di nuovo, misurano la distanza che li separa e scoprono quanto poco sia cambiato. La donna non prende mai direttamente la parola, ma la sua presenza si avverte nelle domande, nelle risposte anticipate, nelle esitazioni dell’uomo. Battisti comincia quasi parlando, con una naturalezza che lascia affiorare ironia e complicità; poi il canto acquista slancio, seguendo il passaggio dalla conversazione al desiderio. Anche la voce entra così nel gioco degli incastri, senza perdere il carattere immediato del racconto. Altro contrasto studiato, sottolineato da Ronconi: sebbene il brano narri l’euforia per un re-incontro sentimentale, Battisti la scrive in tonalità minore, una chiave che spesso viene usata per trasmettere meglio temi malinconici e introspettivi, a differenza di quella maggiore che induce a sentimenti più gioiosi.

La lezione di “Ancora tu”, connubio tra l’influenza funk statunitense, all’epoca inedita in Italia, e gusto melodico mediterraneo/cantautoriale, più accessibile al pubblico tricolore, viene riproposta nella quasi totalità dell’album, con un paio di eccezioni. E sarà ancora una volta uno straordinario successo: “Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera” diverrà il terzo album più venduto in Italia nel 1976, restando per sedici settimane consecutive al primo posto della classifica; il singolo “Ancora tu/Dove arriva quel cespuglio” sarà il più venduto dell’anno. Una hit popolare, che però cela già il metodo che porterà Battisti verso altre trasformazioni, fino ai dischi più radicali con Panella: rimettere in discussione costantemente la propria forma di scrittura, ricercando, ogni volta, nuovi orizzonti musicali.
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14/10/2026
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