Stardust – L’episodio del 1975

Due mondi apparentemente inconciliabili: Lou Reed e Neil Young. Distanti praticamente su tutto: sound, estetica, immaginario, background. Eppure questi due universi entrarono in contatto in modo dirompente. Accadde nel 1975. Grazie a una canzone così intensa da far commuovere uno degli artisti più distaccati e imperturbabili della storia del rock.
Lou Reed aveva costruito la propria leggenda sull’intransigenza e su un immaginario metropolitano cinico e desolato. Dalla stagione dei Velvet Underground in poi, aveva scelto la dissonanza, il rumore e un brutale realismo come sue caratteristiche peculiari. Nei suoi brani non c’era spazio molto per la consolazione, né per il sentimentalismo. L’idea stessa di una lacrima sembrava incompatibile con il suo linguaggio.
Eppure, nel 1994, in un’intervista riportata nel libro “A Dreamer of Pictures” di David Downing, riportata dal magazine Far Out, Reed confessò di aver pianto ascoltando la chitarra di Neil Young in un brano, di nome “Danger Bird” (da “Zuma”, 1975). Disse: “Mi fa piangere, è la cosa più bella che abbia mai sentito in vita mia. Quelle melodie sono così perfette, così pensate, come se ogni nota fosse costata sangue. Mi vengono i brividi”. Un’ammissione sorprendente, non solo perché rivelò un lato vulnerabile di Reed, ma anche perché riguardava un artista che, almeno all’apparenza, rappresentava un mondo da cui il Rock’n’roll Animal aveva sempre preso le distanze. Young incarnava il versante più umano e ferito del folk rock americano, un universo rurale e crepuscolare che Reed aveva sempre osservato con diffidenza.
Ma “Danger Bird” non è un semplice brano folk. È un requiem elettrico, una canzone che trasforma il dolore in elegia sonora. Neil Young la scrisse dopo la fine della relazione con l’attrice Carrie Snodgress, madre di suo figlio Zeke. È un lamento sospeso, nel quale la chitarra non si limita ad accompagnare le parole, ma le sfibra fino a sostituirle. Una lenta immersione in un naufragio.
Pertanto – come sottolinea ancora Far Out – non è poi così sorprendente che proprio quella chitarra abbia toccato Reed. Il minimalismo esasperato, la precisione delle pause, la crudezza emotiva: erano tutti elementi che lui stesso cercava nella propria musica, solo declinati attraverso una lingua diversa. Quello che riconobbe in Young non fu un’estetica, ma un’etica: la capacità di dire la verità senza maschere, anche quando era così dolorosa.
Che Lou Reed, il più gelido dei poeti urbani, si sia commosso fino alle lacrime di fronte a Neil Young, dunque, non è solo un aneddoto da fan club. È un momento di verità in cui due mondi lontani si riconoscono. La New York grigia e decadente di Reed e le praterie malinconiche di Young, per un attimo, hanno respirato la stessa aria. E in quel respiro, nel silenzio dopo l’ultima nota di “Danger Bird”, Lou Reed ha sentito qualcosa che la sua stessa musica aveva sempre inseguito: la fragilità che si fa forza, la bellezza che nasce dal dolore.
14/10/2025




