Stardust – La genesi di un cortocircuito

I Cure vengono solitamente identificati in modo monolitico, come una band tendente all’oscurità se non alla tristezza. Eppure, nel loro repertorio – fin dai primi anni 80 – non sono mancati certo pezzi briosi e leggeri, da “The Lovecats” a “In Between Days”. Certo, tutto all’interno di una cornice piuttosto malinconica e crepuscolare, in cui l’euforia restava sempre, in qualche modo, “trattenuta”.
In un’occasione, invece, i nostri uscirono decisamente dagli argini sconfinando nell’allegria più scanzonata. Era un venerdì e quel brano, “Friday I’m In Love”, sarà destinato a divenire una gioiosa anomalia nel loro repertorio, fonte di dubbi e incertezze ma anche di successo. Una canzone che prenderà forma in modo istintivo e rapidissimo, ma che poi sarà a lungo rimessa in discussione, come se la sua immediatezza fosse, paradossalmente, un problema.
L’intuizione folgora Robert Smith in un momento qualsiasi: un venerdì pomeriggio, mentre sta rientrando a casa. “Ero in macchina, pronto a prendermi il weekend libero, e mi è venuta in mente questa sequenza di accordi fantastica – racconterà – Ero a venti minuti dallo studio, così sono tornato indietro. Tutti erano ancora lì e l’abbiamo registrata proprio quella sera”. Il primo demo viene intitolato semplicemente “Friday”. È una genesi fulminea, in netto contrasto con la laboriosità che spesso caratterizza il lavoro della band inglese.
Quando arriva il momento di scrivere il testo, Smith decide di restare fedele a quella sensazione iniziale: l’attesa del venerdì come sospensione emotiva, come sollievo condiviso da chi vive la settimana come una sequenza di obblighi. Il tema è volutamente quotidiano, persino banale nella sua universalità, ed è proprio qui che emergono le prime difficoltà. “Scrivere testi pop davvero semplici è molto più difficile che scrivere le solite cose più sentite – confesserà Smith – Ho riempito centinaia di fogli. Dovevo trovare qualcosa che fosse diretto, ma non ridicolo. C’è una sorta di stupidità che però funziona. Abbiamo sempre fatto brani pop, a volte solo un po’ troppo tristi”. Alla fine, dunque, la “leggerezza” del brano diviene il risultato di un lungo processo di sottrazione.
Parallelamente, si insinua nei leader dei Cure un altro dubbio, ancor più destabilizzante: la sensazione che quella progressione di accordi sia “troppo perfetta” per essere originale. Smith arriva a convincersi di averla inconsciamente presa da qualche altra canzone. La canticchia al telefono ad amici e conoscenti, chiede conferme ovunque, teme il plagio. Nessuno riconosce nulla di familiare, e solo allora accetta che l’idea sia davvero sua. Nonostante questo, restano evidenti alcune affinità: la linea di basso e la melodia vocale ricordano “All The Way” dei New Order, mentre la struttura richiama la “Just like Heaven” contenuta in “Kiss Me Kiss Me Kiss Me”, segno se non altro di una continuità interna che rassicura Smith.
Anche sul piano musicale il brano attraversa una fase di trasformazione. In origine è più lento, meno brillante. Solo in un secondo momento viene accelerato, ottenendo quell’andamento solare che lo renderà immediatamente riconoscibile. Durante le registrazioni di “Wish”, i Cure cercano persino di renderlo ancora più “strano”, intervenendo su velocità e intonazione del nastro. Alla fine decidono di mantenere la versione base, ma un errore tecnico lascia un segno decisivo: Smith dimentica attivo il controllo del pitch, alterando l’intonazione di un quarto di tono. “È stato un incidente fortunato. Ho dimenticato di spegnere il controllo del pitch e l’atmosfera della canzone è cambiata del tutto – spiegherà il suo autore – È l’unico brano dell’album non in tonalità standard e suona davvero diverso. Dopo mesi di lavoro, sentire qualcosa fuori tono di un quarto di tono ti spiazza”.
Nonostante il suo potenziale evidente, la band esita a usare il brano come singolo principale. È troppo distante dall’immagine consolidata del gruppo, troppo luminosa. Per questo viene preceduta da “High”, nel tentativo di preparare il terreno e non disorientare il pubblico. Quando “Friday I’m In Love” esce, il 15 maggio 1992, la risposta è immediata: sesto posto in classifica nel Regno Unito, ingresso nella Billboard Hot 100 statunitense e, col tempo, uno status quasi definitivo di inno definitivo del venerdì. Sarà anche l’ultimo singolo dei Cure a entrare nella Top 40.
Il videoclip, diretto da Tim Pope, rafforza questa dimensione giocosa e autoconsapevole. Ambientato su un palco instabile e caotico, tra costumi, oggetti di scena e comparse che finiscono per distruggere il set, mostra una band che sembra prendersi poco sul serio. Pope appare all’inizio in un cameo volutamente assurdo, mentre l’inquadratura finale consegna un’immagine ormai iconica: Simon Gallup accovacciato, con un velo da sposa e una pinta di birra in mano. Un’atmosfera giocosa ma un po’ folle, che strizza l’occhio alle fantasmagorie del cinema muto di Georges Méliès e che in fondo non risulta così distante dallo spirito del gruppo. Il videoclip si aggiudicherà il premio European Viewer’s Choice agli Mtv Video Music Awards del 1992.
Il rapporto di Smith con “Friday I’m In Love” resterà però ambiguo. Quando arriverà il momento di presentarla a Top Of The Pops, sarà colto da “forti crampi allo stomaco” e annullerà la partecipazione. Per un periodo eviterà di suonarla dal vivo, intimorito dalla sua debordante euforia e dal peso della sua popolarità. Arriverà persino a percepirla come una sorta di tradimento. Ma col tempo, la distanza si attenuerà e oggi il brano segna uno dei momenti più attesi dei concerti dei Cure. Anche se per una band che ha spesso fatto della cupezza il suo marchio di fabbrica, essere identificata dal grande pubblico con un brano come “Friday I’m in Love” resta una contraddizione lampante, ma anche la conferma di una natura ben più sfaccettata di quella che le viene solitamente riconosciuta. E il recente duetto in salsa pop di Robert Smith con Olivia Rodrigo non ne è che l’ennesima conferma.
15/01/2026




