Cultura

Stardust – Il Principe alla sbarra

Nel decennio più ideologizzato di sempre ai cantautori non si richiedeva solo di realizzare grandi canzoni. La retorica malata degli anni 70 postulava che ogni comportamento fosse “fedele alla linea”, come avrebbe teorizzato ironicamente qualche anno dopo Giovanni Lindo Ferretti dei Cccp. Il cantautore doveva essere il portatore di un messaggio, un messia integerrimo cui non erano concesse debolezze o sbandamenti, persino nella vita privata. Edoardo Bennato vi costruirà sopra uno dei suoi memorabili sberleffi (“Cantautore”, 1976).
Francesco De Gregori, pur schierato “sempre e per sempre alla stessa parte”, per citare un suo classico futuro, insospettì subito i pasdaran della sinistra. “Venivo sempre scavalcato a sinistra – racconterà – Era un periodo in cui si diceva: all’assemblea bisogna far venire anche i compagni operai e gli universitari. E io: benissimo. Allora un altro: bisogna far venire anche i braccianti del Maccarese. E io: ma che c’entrano? E così passavo già per un ‘tiepido’”. Del resto, quel suo sussiego altezzoso e aristocratico era già un indizio di eterodossia. Poi era borghese, piaceva alle ragazze, in più – fatto ancor più imperdonabile – cominciava a vendere molti dischi. Annacquando perfino con versi sentimentali la dura scorza dell’ideologia militante. “A me De Gregori fa venire i vermi” sbotterà Lidia Ravera, l’autrice di “Porci con le ali”, sintetizzando l’idem sentire di certa sinistra radical-snob nei confronti del rampollo del Folkstudio.

Relazioni pericolose

A sbatterlo per primo sul banco degli imputati, però, sarà un critico musicale, Giaime Pintor, in un articolo del 1975 per Linus, che suona come un atto di accusa fin dal titolo: “De Gregori non è nobel, è rimmel”. Dichiarandosi nemico giurato delle “canzonette”, Pintor imbastisce un j’accuse durissimo, che inizia con le scuse per l’affrettato paragone, da lui stesso abbozzato in un altro articolo, tra i versi di De Gregori e quelli di Montale. E prosegue facendo a pezzi l’intero “Rimmel”: “Disco che mi sembra può essere considerato il manifesto della poetica anni 60 impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi e barocchetti con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese (Elton John e fratelli) e qualcosa d’altro (folklorismo da banane in testa, Dylan e Cohen guardati con occhio miope quasi cieco, De André incoerente, Gian Pieretti, Gianni Meccia e persino Nico Fidenco…), e su questo tessuto povero-povero egli appoggia pesantemente testi in cui la metafora ermetica campeggia vittoriosa nei suoi vestiti più kitsch”. E pur riconoscendo a De Gregori “un tentativo di introdurre concetti politici o comunque spaccati di vita non esaurita nelle stanche storie d’amore”, Pintor denuncia “una poetica ermetica, dell’intuizione lirica” come “tendenzialmente idealista, dunque di destra, incapace di rispecchiare tensioni, di farsi portatrice di valori positivi e rivoluzionari”. Insomma, uno di quei casi in cui “mi prendi alla lettera e sbagli risposta”, per dirla con Ruggeri. Con motivazioni che sembrano provenire direttamente da un’altra era geologica. 
Peggio ancora, però, sarà la conclusione dell’articolo di Pintor, solo apparentemente ironica: “Francesco De Gregori, mo’ te tirano li pomodori”. Ci sarà infatti chi raccoglierà l’invito. Spingendosi anche molto più in là.

La stroncatura di Pintor è uno schiaffo inaspettato, che mette per la prima volta spalle al muro uno dei pupilli musicali della sinistra. Ma non è l’unico: da Lotta Continua a Ciao 2001, i detrattori affilano le sciabole. Anche perché De Gregori, oltre a scrivere sdolcinati valzer musette, ha altre pessime abitudini. Tipo frequentare i quartieri alti delle hit parade. Oppure voler farsi pagare per i concerti. Accade anche al Circolo Ottobre della Magliana, a Roma, dove si è già esibito gratis una volta. Per il “bis”, però, chiede un cachet di 400mila lire. Gli rispondono picche, e lui non canta. Apriti cielo. Il quotidiano di Lotta Continua spara un corsivo in prima pagina, dal titolo “Una bella festa”: “Dovete sapere che alla festa della Magliana dovevano venire, e non sono venuti, Lucio Dalla (assente ingiustificabile), Cochi e Renato (pare giustificabili) e Jannacci (perché era malato). È venuto invece, compiendo un pericoloso viaggio da Roma centro alla periferia di Roma, tal De Gregori, pare celebre, il quale ha chiesto 400.000 lire per esibirsi, e ha preso 400.000 pernacchie”. Seguiranno mediazioni e un tour “riparatore” per finanziare i Circoli Ottobre.
De Gregori, insomma, tenta di convivere con le asprezze di un movimento sempre più duro e intransigente. Ma viene visto sempre con sospetto. Quasi fosse un intruso. Un anno dopo in suo soccorso accorre un giovane Luigi Manconi, già militante di Lotta Continua, nascosto dietro lo pseudonimo Simone Dessì, con un articolo semiserio – “Variazioni (in do di petto) sul canto De Gregoriano” – volto proprio a smontare le argomentazioni di Pintor.

Ma nel frattempo le parole di Pintor hanno lasciato il segno. Lo stesso entourage di De Gregori coglie in quell’invettiva foschi presagi per il futuro. Certo, sempre di legittima critica musicale trattasi, e nessuno è autorizzato a leggere in quelle parole un’istigazione ai fatti del 2 aprile 1976. Ma la requisitoria del direttore di Linus rende perfettamente l’idea del clima plumbeo di quegli anni, in cui il parossistico richiamo all’ideologia condizionava ogni tipo di interpretazione, deformando perfino gli orizzonti di un verso o di una canzone. “C’è stato un momento della mia vita in cui mi sentivo un kantautore con la k”, ammetterà lo stesso De Gregori qualche anno dopo. Sotto questa coltre opprimente di dogmi, preconcetti e slogan, si consuma l’evento più doloroso della sua carriera. Una serata drammatica, che lascerà pesanti strascichi sulla storia stessa della musica italiana.
De Gregori era già incappato in qualche episodio sgradevole. Al Festival del proletariato giovanile sulla spiaggia di Licola (Napoli) era fuggito giusto in tempo, poco prima che un lancio di oggetti e scarpe piene di sabbia bersagliasse, tra gli altri, lo sventurato Alan Sorrenti. A Milano, durante un concerto per A-Rivista anarchica con la cantante di musica popolare Paola Nicolazzi, era stato salvato dall’intervento “pacificatore” di Giorgio Gaber. A Pescara quando aveva attaccato “Niente da capire”, con Giovanna che faceva dei “giochetti da impazzire”, era stato aggredito dalle stesse ragazze del servizio d’ordine, tutte femministe inferocite di Lotta Continua. A Bari, in pratica, aveva dovuto suonare due volte nella stessa serata per via di un biglietto ritenuto troppo esoso. Tanti piccoli presagi di una grande tensione.
Ma il successo clamoroso di “Rimmel” l’avevo spinto a partire per un lungo tour. Al suo fianco, un vecchio amico, Renzo Zenobi, che aveva appena pubblicato un album per la Rca. Ma già alla prima tappa di Pavia scoppiano incidenti tra il pubblico e la polizia, c’è chi scappa col volto insanguinato e Zenobi dice che per lui la tournée può finire qui. Forse aveva già intuito quel che sarebbe successo di lì a poco.

Francesco De Gregori al Palalido nel 1976

Il cantautore alla sbarra

Il 2 aprile 1976 il Palalido di Milano è sold out: alle 21 gli organizzatori decidono di aprire a un migliaio di ragazzi che stavano per sfondare i cancelli. Un drappello di un centinaio di facinorosi si raduna dietro il palco e comincia a insultare De Gregori. Lo accusa di speculare sulle canzoni per arricchirsi, persino di dormire in hotel troppo lussuosi durante i tour. Alcuni di loro riescono a spezzare il cordone di sicurezza e a invadere il palcoscenico. E si scatena il caos. La testimonianza di quella serata è racchiusa in un celebre articolo di Mario Luzzatto Fegiz per il Corriere della Sera:

Con la stessa tecnica con la quale circa due anni fa era stato interrotto il concerto dell’astro del rock decadente Lou Reed, un gruppo di giovani in formazione ha preso posizione dietro il palco, gratificando De Gregori con ingiurie e accusandolo di speculare con le canzoni politiche. Poco più tardi alcuni elementi, staccatisi dalla formazione principale, prendevano possesso del palco e, impadronitisi del microfono, leggevano, fra la confusione generale, un comunicato contro l’arresto, avvenuto a Padova, di un militante della sinistra extraparlamentare. Il concerto riprendeva in un clima di tensione, mentre fra il pubblico alcuni provocatori, gridando che ‘in sala ci sono più fascisti che compagni’, scatenava la caccia al fascista che per fortuna si concludeva con qualche scazzottatura e senza gravi conseguenze. Venti minuti di interruzione e l’esibizione riprendeva. Verso le 22.30 circa, Francesco De Gregori concludeva fortunosamente il concerto e si ritirava. Un gruppo di facinorosi prende a questo punto d’assedio il camerino, ‘Esci – gli gridano – torna sul palco a parlare con noi o sfasciamo tutto’. Le maschere e il servizio d’ordine cercano di arginare l’assalto, ma inutilmente. Dopo qualche minuto De Gregori esce. Al microfono si alternano volti lombrosiani e giovani che sembrano colti da raptus isterico. “Suona per i lavoratori, non ti mettere in tasca i soldi”. “Quanto hai preso stasera?” urla un giovane. “Credo un milione e due… – sussurra con un filo di voce De Gregori -, ma poi c’è la Siae…”. “Se sei un compagno, non a parole ma a fatti, lascia qui l’incasso”, ribattono. Prende la parola un uomo con la barba bianca, d’età indefinibile: “La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si potrà pensare alle arti o alla musica. Lo diceva anche Majakovski che era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu!”.
De Gregori ascolta pallido e silenzioso. Con scarsa convinzione mormora al microfono: “Forse sono una vittima dell’industria…”. La delirante farsa del ‘processo’ continua: “Va’ a fare l’operaio e suona la sera a casa tua”. Alcune ragazze piangono, altri oratori continuano sullo stile dei precedenti accusando tutti i presenti che han pagato l’ingresso di essere “una massa di c…”. De Gregori riesce a raggiungere il camerino. Appare distrutto e conclude: “Non canterò mai più in pubblico. Stasera mancava solo l’olio di ricino, poi la scena sarebbe stata completa”.

La tournée è sospesa e la stessa carriera di De Gregori è in pericolo. Si ritira dall’attività per un lungo periodo durante il quale lavora nella libreria di un’amica a Santa Maria in Trastevere e pensa addirittura di cambiare mestiere. La serenità la trova nella vita privata: sposa una sua ex-compagna di liceo, Francesca Gobbi, e con lei ha due figli: i gemelli Marco e Federico.
Ma il Palalido è uno shock per tutta la musica italiana. Niente più concerti, stadi vuoti e un senso di sgomento diffuso. Un anno dopo Roberto Vecchioni tornerà su quelle serate di follia in un brano di “Samarcanda”, “Vaudeville (Ultimo Mondo Cannibale)”:

E spararono al cantautore
in una notte di gioventù
gli spararono per amore
per non farlo cantare più
gli spararono perché era bello
ricordarselo com’era prima
alternativo, autoridotto
fuori dall’ottica del sistema […] 
mentre cadeva, buono tra i buoni
e si annebbiava vieppiù la vista
fece di getto due o tre canzoni
segno che era un grande artista

Curiosamente, in un brano rimasto inedito di due anni prima (De Gregori era morto) lo stesso cantautore romano aveva quasi “profetizzato” l’evento:

De Gregori era morto
ucciso dalla sua cultura borghesee da un forte mal di testa […]
De Gregori era morto
ucciso dal suo ultimo Lp e dai suoi profeti

Solo indirettamente, invece, l’amarezza e lo sconforto dei due anni successivi di lontananza dalle scene affiorerà tra i rintocchi funerei de “La campana”(su “Francesco De Gregori”, 1978), una delle canzoni più dolorosamente autobiografiche del suo repertorio:

Io ho pianto lacrime fino all’ossolacrime e tosse sul selciato
incollato sull’asfalto della strada
mai stato così lontano
dalla dolcezza cui tutti hanno diritto

io con un fascio di giornali in manoe con un fascio di giornali in mano
pensavo: si può anche morire di dolore […]
E sotto questo grande cielo azzurro
finalmente mi sentivo un uomo solo

La parola alla difesa

Il Principe adorato dalle masse, cui era stato pronosticato “un futuro invadente”, dovrà scontare un auto-esilio solitario per trovare la sua catarsi. “È l’unico documento scritto di questi due anni in cui sono stato abbastanza bene, ma con delle punte d’amarezza, di solitudine ogni tanto – racconterà – L’ho scritta pensando a tanto tempo trascorso girando per le piazze, solo. Leggevo i giornali perché non avevo voglia di fare niente e facevo finta di interessarmi a quello che c’era scritto. E poi in realtà la serenità si riacquista quando ci si rende conto di essere soli, autonomi, autosufficienti”.
Quindi, ferito nell’orgoglio, prende carta e penna e scrive a Muzak una puntigliosa lettera, in cui precisa lo spirito di un suo commento, riportato dalla stampa dopo l’aggressione: “Per come si erano messe le cose avrebbero anche potuto spararmi: è stato un piccolo momento della strategia della tensione”. Una lunga “confessione” per respingere al mittente una delle tante strumentalizzazioni operate sul suo conto.

Sui fatti accaduti al Palalido di Milano, sui commenti della stampa e su certe dichiarazioni riportate non fedelmente, desidero fate alcune considerazioni. Quando ho detto che la contestazione nei miei confronti rientrava nella strategia della tensione non intendevo dire che a porla in atto fossero stati gruppi di estrema destra o altri in qualche modo dall’estrema destra diretti o a essa collegati. Così come l’espressione “fascisti rossi” non è stata da me pronunciata. Ritengo però che il gruppo di compagni che ha così duramente contestato il mio lavoro e la mia persona abbia commesso un gravissimo errore politico, che non va a vantaggio della chiarezza, ma impedisce anzi un’analisi corretta della cultura giovanile, dell’attuale produzione musicale e anche, se vogliamo, degli errori e delle inevitabili contraddizioni di quegli autori che, come me, dall’interno dell’industria della musica tentano di promuovere un discorso diverso e alternativo sul terreno dei contenuti musicali e letterari e della gestione dei concerti.
Da questo punto di vista l’iniziativa gravemente sconsiderata condotta da questi compagni non può che consolidare l’universo musicale consueto, ricaccia a destra autori e gruppi potenzialmente disponibili a iniziative di sinistra, incentiva i concerti a tremila lire, gli schieramenti polizieschi e i servizi d’ordine privati presi a nolo dai grossi impresari.
Da questo punto di vista, quindi, questi episodi fanno oggettivamente il gioco della cultura del potere e della musica tranquillizzante, e si prestano oltretutto ad essere ripresi e strumentalizzati in chiave terroristica, reazionaria e scandalistica da un certo tipo di stampa “indipendente”. Riguardo ai miei guadagni, ritengo che più che una mia sottoscrizione personale (alla quale eviterei comunque di dare qualsiasi pubblicità) sia corretto da parte mia mettere la mia musica e le mie parole a disposizione di un movimento al quale, pur non essendo io un militante rivoluzionario, ritengo di aderire ideologicamente, condividendone pressoché in tutto le scelte culturali, confrontandomi con esso e accettandone i consensi, le critiche e le proposte.
Lotta Continua, i Circoli Ottobre, Re Nudo, gli Anarchici sanno bene che mi sono reso disponibile in maniera gratuita in moltissime occasioni politiche e musicali, dico questo non per rivendicare medagliette di buona condotta, ma per chiarire quale è stata la strada da me seguita finora e quali le mie scelte.
Riguardo alle mie canzoni, ai loro contenuti e al mio linguaggio, io faccio le canzoni come le so fare. Esprimo semplicemente le cose come riesco a esprimerle e credo che sarebbe demagogico da parte mia trasformare i miei moduli e scrivere canzoni, ad esempio, come Ivan Della Mea o Paolo Pietrangeli, autori che peraltro stimo e rispetto. Credo comunque che accanto alla loro produzione, più direttamente legata alla cronaca politica dei nostri anni, possa trovar posto la mia, che muove da presupposti diversi ma che tende comunque, anche se forse per altre strade, a un miglioramento del livello musicale di massa. Il pubblico giovanile più politicizzato, o almeno una parte di esso, dimostra di apprezzare ciò che scrivo e canto, forse perché provo a parlare di cose private e di cose politiche in maniera diversa da quella tradizionale. Tutto qui. Vorrei che quanto detto non venisse scambiato per un attacco o, peggio ancora, un’autodifesa. Spero solo di aver contribuito a chiarire alcuni momenti fondamentali di un dibattito che andava senz’altro affrontato anche a prescindere da quanto avvenuto al Palalido di Milano.

Anni dopo, De Gregori giungerà perfino a una sorta di riconciliazione virtuale con i suoi accusatori: “Ho la sensazione che quei ragazzi che mi contestarono a Milano in realtà mi amassero, così come io amavo loro, perché erano i fuochisti della nave, erano coloro i quali, secondo il regime, non dovevano avere voce, erano i diseredati. E io ero e sono dalla loro parte”. Resterà però dentro a lungo l’amarezza e l’incomprensione. “Vorrei non parlarne più, perché quell’episodio mi ha dato e tuttora mi dà, non dico dolore, ma un certo disagio sì, e perché è stato un momento storico doloroso per tutti”, spiegherà, facendo poi un annuncio dal palco dell’Auditorium di Roma: “Si materializzassero questi ragazzi! Sicuramente saranno diventati dei signori, qualcuno di loro sarà diventato anche importante, ma credo che nessuno di loro sia diventato poi un rivoluzionario. E poi, farei loro quella domanda che sta in quel bellissimo film del mio amico Nanni Moretti: ‘Voi dicevate colpirne uno per educarne cento’. Dove sono i cento che avete educato?”.
Così Francesco De Gregori dovrà “attraversare la notte a piedi per truffare la malinconia”, insieme all’amico Lucio Dalla, che ne sapeva qualcosa anche lui, essendosi beccato una molotov durante un concerto al Castello Sforzesco di Milano. Quando la notte della Repubblica aveva già lasciato la sua scia di terrore e l’Italia cercava una via d’uscita dagli anni di piombo, non resterà che inseguire illusori eldorado tropicali come Banana Republic. Una tournée clamorosa che riaprirà gli stadi italiani alla musica e riconcilierà il Principe con il palcoscenico.

05/02/2026




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