“Stanno finendo i missili contro l’Iran”: il report sui Tomahawak che preoccupa gli Usa
La guerra tra Stati Uniti e Iran, entrata nella sua quarta settimana, sta sollevando una preoccupazione crescente nei vertici del Pentagono: il rapido esaurimento delle scorte di missili da crociera Tomahawk. Secondo fonti citate dal Washington Post, la Marina americana avrebbe già lanciato oltre 850 missili nell’ambito dell’operazione “Epic Fury”, un ritmo considerato insostenibile nel medio periodo. Il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma si inserisce in una riflessione più ampia sulla capacità degli Usa di sostenere conflitti ad alta intensità, soprattutto in vista di un possibile scenario futuro nel Pacifico, come uno scontro con la Cina su Taiwan.
L’importanza dei missili Tomahawk
I Tomahawk rappresentano una componente essenziale della strategia militare americana visto che sono in grado di colpire obiettivi a lunga distanza senza esporre direttamente uomini e mezzi. Attenzione però, perché c’è un problema non da poco: la loro produzione resta limitata. Si parla di poche centinaia di unità all’anno, con tempi di fabbricazione che possono arrivare fino a due anni per singolo esemplare. E ancora: anche il loro costo non è trascurabile, con alcune versioni che raggiungono i 3,6 milioni di dollari per unità.
Le scorte complessive degli Usa, stimate tra 3.000 e 4.500 missili all’inizio del conflitto, stanno dunque diminuendo rapidamente, tanto che alcuni funzionari parlano apertamente del rischio di arrivare a una condizione di “Winchester”, termine militare che indica l’esaurimento completo delle munizioni disponibili in un’area operativa. Nonostante le rassicurazioni ufficiali della Casa Bianca, secondo cui gli Stati Uniti disporrebbero ancora di risorse sufficienti per raggiungere gli obiettivi militari, diversi analisti sottolineano come la guerra in Ucraina e le continue tensioni in Medio Oriente abbiano già messo sotto pressione le scorte strategiche americane.
A lanciare l’allarme è stato anche The War Zone, sottolineando come il ritmo di consumo dei Tomahawk sia “allarmante” e potenzialmente incompatibile con le esigenze di sicurezza globale degli Stati Uniti. Il Pentagono sta monitorando con crescente attenzione la velocità con cui le munizioni vengono utilizzate, proprio per valutare l’impatto su eventuali operazioni future. Il nodo centrale resta la difficoltà di aumentare rapidamente la produzione: negli ultimi anni, infatti, gli ordini sono stati relativamente contenuti – appena 57 missili inclusi nell’ultimo bilancio della difesa – e l’industria non è attrezzata per una crescita immediata su larga scala.
La guerra con l’Iran e il fattore tempo
Intanto il conflitto continua ad ampliarsi, con attacchi missilistici e droni iraniani contro basi e infrastrutture statunitensi nella regione, e con il rischio di un coinvolgimento ancora più diretto di altri attori regionali. In questo contesto, quindi, l’uso intensivo di armi stand-off come i Tomahawk rimane cruciale per limitare l’esposizione delle forze americane, ma di pari passo proprio questa dipendenza rende ancora più evidente la vulnerabilità logistica.
Il caso dei Tomahawk mette comunque in luce una questione più ampia: la difficoltà delle grandi potenze di sostenere guerre prolungate caratterizzata da armamenti sofisticati ma costosi e complessi da produrre.
La transizione verso un modello di conflitto ad alta tecnologia ha infatti ridotto la disponibilità di scorte “di massa”, rendendo ogni operazione più dipendente da catene industriali lente e vulnerabili.
Per gli Stati Uniti, tutto questo significa dover accelerare gli investimenti nella produzione di munizioni avanzate, ma anche ripensare la propria strategia militare. Il tempo però stringe. E l’Iran, seppur colpito a fondo, continua a resistere.
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