Scienza e tecnologia

SSD NVMe fino al 65% più veloci su Windows: ecco il driver segreto

Molti PC Windows hanno SSD NVMe velocissimi, ma spesso il sistema operativo non riesce a sfruttarli davvero fino in fondo. In questi mesi Microsoft ha iniziato a inserire un nuovo driver nativo per queste unità, capace di spremere parecchie prestazioni in più.

La parte curiosa è che questo driver, chiamato nvmedisk.sys, è già presente in Windows Server 2025 e in Windows 11 25H2, ma resta disattivato di default. Per usarlo servono modifiche manuali, e al momento i test arrivano soprattutto dal mondo enterprise, dove gli SSD lavorano sotto carichi molto più pesanti rispetto a un PC domestico.

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Che cos’è nvmedisk.sys e dove si trova

Il nuovo nvmedisk.sys è un driver NVMe nativo sviluppato da Microsoft per gestire in modo più efficiente gli SSD PCIe moderni. Non parliamo di un software di terze parti, ma di un componente integrato direttamente nello stack di archiviazione di Windows.

Al momento è presente in Windows Server 2025 e nella futura Windows 11 25H2, ma non sostituisce automaticamente il driver attuale.

Resta una funzione opzionale, che Microsoft tiene in stand-by soprattutto per motivi di compatibilità con alcuni controller e driver di terze parti.

Quanto cambia la velocità degli SSD

I test pubblicati da StorageReview mostrano che il nuovo driver incide soprattutto sulle letture casuali, cioè quelle che contano molto quando il sistema gestisce tanti file piccoli o operazioni simultanee.

Con blocchi da 4K, la velocità di lettura casuale aumenta fino al 64,89%, mentre con blocchi da 64K il guadagno resta comunque notevole, intorno al 22,71%. In pratica cresce il numero di IOPS e l’accesso ai dati diventa più rapido in scenari affollati.

Sulle letture sequenziali la situazione è più sfumata: con blocchi da 64K le prestazioni restano quasi invariabili rispetto al driver precedente, mentre passando a 128K arriva un ulteriore incremento di circa 6,65%. Un miglioramento utile, ma meno impressionante rispetto alle letture casuali.

Scritture e latenza: dove si guadagna e dove no

Il nuovo driver porta benefici anche nelle scritture sequenziali, cioè nei trasferimenti lineari di file di grandi dimensioni.

Con blocchi da 64K, i benchmark indicano un aumento delle prestazioni di circa 12,13%, mentre passando a 128K i risultati restano sostanzialmente stabili, senza ulteriori vantaggi misurabili.

Sul fronte latenza il quadro è più complesso. Le letture casuali migliorano in modo netto: nei test con blocchi da 4K la latenza cala fino al 38,46%, e con blocchi da 64K il calo resta interessante, intorno al 13,39%. Per contro, nelle scritture sequenziali la latenza peggiora: con blocchi da 64K aumenta di circa 39,85%, mentre con 128K l’impatto si attenua ma resta un incremento di circa 12,43%.

In sintesi, il driver privilegia chiaramente gli accessi in lettura e i carichi dove contano IOPS e reattività, mentre sulle scritture lineari introduce qualche compromesso che andrebbe valutato in base al tipo di utilizzo reale.

Meno carico sulla CPU e possibili vantaggi energetici

Uno degli aspetti più interessanti riguarda l’efficienza del sistema. Con nvmedisk.sys, durante le operazioni sequenziali il carico sulla CPU diminuisce in modo misurabile, segno di una gestione più ordinata dei flussi di dati.

Nei test di lettura sequenziale, l’uso di CPU scende di circa 7,78% con blocchi da 64K e arriva a una riduzione intorno al 12% con blocchi da 128K. Nelle scritture sequenziali il risparmio è ancora più marcato: circa 12,66% in meno con blocchi da 64K e 11,1% in meno con blocchi da 128K.

Questa maggiore efficienza libera risorse di calcolo per altre attività e, almeno in teoria, può contribuire anche a ridurre i consumi energetici. Un aspetto rilevante per i server sempre sotto carico, ma interessante anche per i PC consumer che puntano a un equilibrio tra prestazioni e autonomia.

Test da datacenter, non da PC di casa

I benchmark arrivano da una piattaforma di fascia enterprise molto lontana da un PC da gaming o da ufficio. La configurazione usata includeva due processori AMD EPYC 9754 da 128 core ciascuno, 768 GB di memoria DDR5-4800 e 16 SSD Solidigm P5316 PCIe 4.0 da 30,72 TB l’uno, configurati in JBOD.

Il sistema eseguiva Windows Server 2025 (build 26100.32370) e i test sono stati effettuati con FIO, uno strumento pensato proprio per misurare le prestazioni di storage in ambienti professionali.

È quindi ragionevole aspettarsi che, su macchine consumer, i numeri assoluti cambino, ma il trend delle differenze tra vecchio e nuovo driver resti simile.

Questo tipo di prova conferma comunque un punto chiave: lo stack di archiviazione di Windows aveva bisogno di un aggiornamento per tenere il passo con gli SSD NVMe più recenti, soprattutto in vista della diffusione di unità PCIe 5.0 e delle future soluzioni PCIe 6.0.

Perché è disattivato e cosa aspettarsi in futuro

Nonostante la presenza del nuovo nvmedisk.sys nel sistema operativo, Microsoft ha scelto di non abilitarlo in automatico. Per attivarlo oggi servono modifiche manuali al registro di Windows, una procedura che rende chiaro come l’azienda consideri ancora questa funzione qualcosa da gestire con cautela.

La motivazione principale riguarda la compatibilità con alcuni hardware e driver di terze parti, che potrebbero richiedere ulteriori verifiche prima di un’adozione su larga scala. In altre parole, prima di cambiare il modo in cui Windows parla con gli SSD di milioni di PC, Microsoft preferisce evitare sorprese in ambienti critici.

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