Cultura

Specchio e polvere di stelle. Bowie e Trump alla Casa Bianca.

Credit: Michele Brigante Sanseverino, via IA

È tornato dal cielo come una cometa, un frammento di vita proveniente dallo spazio, e ha scelto proprio il giardino della Casa Bianca come pista di atterraggio.

L’erba impeccabile, addestrata all’obbedienza, ha tremato.

Davanti a lui, faccia a faccia, c’era proprio il gran buzzurro.

«E tu chi sei?» gli fa l’uomo con la gallina ovaiola piazzata sul capo, a tener caldi i pochi neuroni superstiti, già in evidente difficoltà.

«Sono il bianco e il nero, un angelo e un fantasma. Non sono reale, ma non sono nemmeno frutto della fantasia.»

Trump arriccia il naso come davanti ad un cattivo affare. «E quindi sei un immigrato illegale? Uno di quelli che vengono qui per rubare, scopare e starsene tutto il giorno senza un cazzo da fare. Ora chiamo i miei sgherri personali, la mia polizia del ghiaccio, e ti faccio prima arrestare, malmenare, picchiare, umiliare e poi rimpatriare in quel posto di merda da cui sicuramente provieni. Sudan, giusto? Un posto davvero fottuto, inutile e cattivo. Un tempo avrei preferito la Danimarca, tutti belli, bianchi e biondi… ma da quando si sono presi la mia isola, non è che mi stiano particolarmente simpatici.»

L’essere lo osserva con curiosità entomologica. «E tu saresti?»

«Come chi sono? Io sono il presidente. Quello che ordina e che comanda, quello che inizia e finisce le guerre. Un uomo pericoloso, micidiale, ostinato. Faresti bene a temermi

«Temerti?» sorride il visitatore, o forse è il giardino stesso a piegarsi in una smorfia di amorevole compassione. «E da quand’è che si temono i cabarettisti? Dimmi, chi ti scrive i testi? Perché, insomma, fanno davvero pena. Se vuoi posso darti qualche consiglio. In fondo, io, di testi me ne intendo.»

L’alieno accende una sigaretta che non fuma e guarda gli alberi trattenere il respiro. Intanto il passato distoglie lo sguardo per pudore e il futuro lo spalanca per ammirazione. E’ lui, sì, è proprio lui: David Bowie, anche se, ormai, un nome terrestre è troppo piccolo per contenerlo.

«Io li scrivo da solo» ribatte Trump gonfiando il petto flaccido e grasso. «Sono i migliori testi mai scritti. La gente piange quando mi ascolta. Piange dalla felicità. O dalla paura. Che è ancora meglio

«Piangere è sempre un buon segno» risponde Bowie. «Vuol dire che qualcosa, da qualche parte, è ancora vivo. Ma tu confondi smorfie di compiacenza, bava e cenni d’assenso con gli applausi, il silenzio con il consenso. È un errore comune nei cattivi illusionisti»

«Illusionista? Io sono reale» sbotta il presidente. «Ho torri con il mio nome sopra. Oro, vetro, marmo. Tu cos’hai?»

«Canzoni che non invecchiano. Volti e storie che cambiano senza perdere l’anima. E soprattutto il lusso di non obbligare, con la forza e la violenza, le persone a credermi per esistere

Trump ride. Una risata metallica, inceppata, come un registratore che ha imparato una sola battuta. «Belle parole. Ma qui comandano le armi ed i dollari, non le metafore.»

«È quello che dicevano tutti» replica l’uomo dello spazio. «I faraoni, i re, gli imperatori, i generali, i presidenti come te. Poi restavano solo le metafore. I loro reami diventavano polvere, buoni giusto per essere fotografati dai turisti

Un vento improvviso solleva le bandiere. L’aquila sul pennone prende vita ed esita, come se stesse valutando, per la vergogna, una fuga dignitosa.

«Tu non ami nessuno» continua Bowie, la voce si fa sempre più leggera, si fa sempre più distante. «Nemmeno te stesso. Ami solo l’eco del tuo nome che rimbalza in stanze vuote. È per questo che urli così forte.»

Trump fa un passo indietro. «Io amo l’America!»

«No» risponde l’altro, ormai trasparente come un ricordo che svanisce al mattino. «Tu ami lo specchio. L’America, come tutte le cose di questa Terra, non si lascia possedere. Nè da te, né da altri. Al massimo, sopravviverà a te e a tutti quelli come da te, quelli che, da secoli, usano il suo nome per ammazzare, conquistare, possedere ed impadronirsi di cose che non gli appartengono e mai gli apparterranno

Poi luce. Polvere di stelle. Una nota sospesa che nessuno alla Casa Bianca sarebbe mai capace di trascrivere. Resta solo il presidente, in un giardino immacolato, un uomo insignificante con addosso una sensazione, per lui preoccupante ed insopportabile: non è stato, nemmeno per una frazione di secondo, il protagonista della scena.


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