Sostenibilità in agricoltura, ruolo genetica fondamentale – Mondo Agricolo
L’utilizzo di scoperte della
ricerca genetica per curare l’uomo è molto apprezzato
dall’opinione pubblica mentre non è così per l’agricoltura,
anche se la tecnologia è esattamente la stessa. A dirlo è la
professoressa Annalisa Polverari dell’Università di Verona, a
margine della giornata di studio “Razionalizzazione delle
attività di controllo dei parassiti nelle colture e negli
allevamenti” che si è svolta oggi all’Accademia dei Georgofili
di Firenze.
Facendo riferimento, si spiega in una nota, al noto caso del
bambino siriano affetto da una grave malattia genetica,
l’epidermolisi bollosa giunzionale, che causa un progressivo
distacco della pelle, il quale è stato curato grazie alla
terapia genica, sottoposto ad un trapianto di pelle
geneticamente modificata, Polverari ha spiegato che “il
patrimonio genetico compromesso delle cellule di questo bambino
è stato sanato inserendo le copie corrette dei geni difettosi.
Eppure, nel caso delle malattie umane la percezione
beneficio-costo da parte dell’opinione pubblica è molto elevata,
mentre nel caso delle piante che tutti noi mangiamo questa
percezione è molto vaga e il singolo consumatore è spesso
inconsapevole di quanto può essere importante una produzione
agraria più rispettosa dell’ambiente grazie alle nuove
tecnologie che danno agli agricoltori gli strumenti per produrre
in maniera sostenibile”. “Attualmente molti fitofarmaci sono
stati revocati in quanto tossici – ha aggiunto – e quindi
mancano molecole attive efficaci, oltre a questo i cambiamenti
climatici aumentano la pressione di molti patogeni:
l’agricoltore non riesce più a produrre in quantità né ai costi
ai quali siamo abituati”. Per Polverari, “la sostenibilità deve
necessariamente diventare un problema del singolo cittadino e
consumatore in un mondo in cui c’è bisogno di produrre di più
utilizzando meno input: questo possiamo farlo soltanto con la
ricerca nel settore delle tecnologie di evoluzione assistita
(Tea), che permettono di potenziare geni già presenti nel
patrimonio genetico delle singole piante, per renderle più
resistenti nei confronti degli stress biotici e abiotici,
soprattutto in tempi brevi. Le varietà resistenti si sono
infatti prodotte da sempre tramite incrocio ma questa è una
procedura che richiede troppo tempo, cosa che oggi non abbiamo”.
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