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Sono stata sostituita da una intelligenza artificiale: ecco cosa quest’esperienza dice di me e del mio lavoro

Sono stata sostituita da una intelligenza artificiale ed ecco cosa quest’esperienza dice di me e del mio lavoro. Sono giornalista freelance, mi occupo di scrittura professionale e per diversi anni ho collaborato con chi mi ha scaricata per farsi impacchettare contenuti da ChatGpt. Dopotutto è sempre là, disponibile ogni giorno e a ogni ora, capace di processare in una manciata di secondi una enorme quantità di dati. Tutto questo, alla soglia dei 50 anni, mi spaventa? A tratti. Mi fa pensare? Parecchio.

Non voglio sembrare una improvvisata discepola di Jung, ma ho provato a leggere le mie emozioni in scenari onirici. Mentre durante il giorno ho rimosso l’esperienza – collaboro oggi con una organizzazione molto attiva che mi prende tutto il tempo – nella notte l’informazione ha lavorato dentro di me. “Sei stata scaricata per mano di una IA”, è stata la voce interiore. Una la domanda, personale: cosa significa? Se il tuo lavoro che ha richiesto anni di studio e di cattivi compensi, di apprendimento continuo e pratica, di sale d’attesa e di bizze altrui per un pizzico di visibilità, può essere spazzato via da una giovanissima IA, ha ancora senso questo mestiere per te? Quale ruolo puoi ritagliarti per non competere al ribasso, sul piano dell’efficienza, della velocità, dell’analisi rapida di una enorme mole di informazioni? Come evitare il burnout se tanto c’è chi è più veloce e disponibile di te? Ci ho dormito su (poco) e complici un po’ di libri da leggere per mestiere (ri-eccolo!) sono arrivata a una sola, piccola ma rocciosa convinzione.

Nella relazione con l’IA mi resta la parte difficile del lavoro. Non perché le intelligenze artificiali in termini assoluti non possano farla già o non saranno pronte tra qualche tempo a ragionare davvero, meglio, in modo profondo. Mi rimane la parte difficile del lavoro perché lo voglio – voglio pensare a lungo termine, fare domande scomode e poco compiacenti, scavare in profondità, affrontare le conversazioni difficili, passare dalla tensione del racconto senza accontentarmi delle risposte consolatorie. Tutto questo resta non solo perché è umanissimo ma perché lo scelgo. Continuare a fare le cose difficili è una posizione di resistenza che decido di mantenere. Questo vuol dire investire più tempo (non meno) nel fare il proprio lavoro e rinunciare a qualche comodità – ma è proprio sul piano della comodità che si gioca la nostra libertà cognitiva, stiamo già rinunciando a una fetta di privacy per “velocizzare le cose”, vogliamo cedere anche la capacità di imparare e di pensare liberamente, senza la guida dell’algoritmo?

Ecco, la mia non è una battaglia di retroguardia. Non voglio solo proteggere un terreno cognitivo minacciato. Voglio proprio nutrirlo, perché è in questa dialettica con le IA che, sono convinta, si svilupperà un ruolo nuovo per chi crea contenuti – sì, l’espressione “creare contenuti” è vaga e brutta, c’è un’enorme distanza tra l’articolo, il lavoro di giornalista, e altri tipi di testo, video, audio, ma qui desidero restare su un piano più generale. L’IA è partner, non posso rifiutarla, ma posso metterle un limite che non dipende dalla tecnica bensì dal mio desiderio di libertà cognitiva.

La domanda a questo punto è una, me la faccio io ma la rivolgo un po’ a chiunque: chi vuoi essere in relazione con l’intelligenza artificiale? Dalla risposta dipende e dipenderà sempre di più il nostro lavoro quotidiano.

L’articolo Sono stata sostituita da una intelligenza artificiale: ecco cosa quest’esperienza dice di me e del mio lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.


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