«Sono nata povera, cresciuta tra roulotte e alloggi di fortuna. Ma non ho lasciato che la povertà mi definisse»
C’è stato un momento in cui ha realizzato davvero di essere povera?
«Non ho un ricordo preciso di quando mi sono sentita “diversa”. Credo di averlo sempre saputo. Sono nata in un rifugio per vittime di violenza domestica, ho vissuto nei quartieri peggiori, negli appartamenti più fatiscenti».
Cosa le mancava di più?
«Tutto. Il cibo, la sicurezza, l’affetto, la stabilità. Ma ciò che mi addolora di più, guardando indietro, è che non ho mai avuto un’infanzia spensierata. Non ricordo un periodo in cui non fossi consapevole di problemi da adulti, di tensioni, di preoccupazioni troppo grandi per una bambina. Ora che sono madre, cerco di dare a mio figlio di quattro anni ciò che io non ho mai avuto: leggerezza, gioia, un senso di protezione».
Ha vissuto in roulotte, alloggi in comune. Come queste esperienze hanno influenzato la sua idea di «casa»?
«Non augurerei a nessun bambino quella vita. Spesso gli alloggi erano malsani o pericolosi. Ma se c’è una lezione che ho imparato, è che la casa non è un luogo, ma un sentimento. Crescendo, ho capito che la vera “casa” è fatta di amore, sicurezza, serenità. Paradossalmente, ora mi sento a casa quasi ovunque nel mondo. Oggi ho finalmente realizzato il sogno di comprare un piccolo appartamento per la mia famiglia in Svezia. Mio figlio potrà decorare la sua stanza, crescere sapendo che quel posto è suo. La stabilità è un lusso inestimabile».
Si è mai vergognata della sua situazione?
«Da bambina, sì. Mi vergognavo delle mie scarpe rotte, di non poter invitare amici a casa, della mia vita in generale. Da adulta, no. Non provo vergogna per la povertà in cui sono cresciuta, ma rabbia per una società che permette a così tante persone di vivere in quelle condizioni. L’orgoglio non sta nella povertà in sé, ma nella persona che sono diventata nonostante tutto».
Come si cresce in un mondo dove anche gli adulti intorno a te lottano per sopravvivere?
«Quando scrivevo questo libro, ho imparato delle cose riguardo agli istinti di “fuga, lotta e compiacimento”. Da bambina, ero costantemente vigile, perché sembrava che le cose potessero esplodere da un momento all’altro. Da piccoli, non si può “scappare” e nemmeno “combattere”. Si impara a stare sempre all’erta, a non sbagliare, a prevenire i problemi. Io sono diventata l’adulta della situazione fin da bambina: attenta, responsabile, sempre con la paura di peggiorare le cose. Poi, crescendo, ho trovato il mio modo di combattere: allontanarmi dall’infanzia e cercare un futuro migliore».
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