Società

Sole, spaventate e incatenate: cosa significa per le detenute partorire in carcere

Incatenate a un letto, costrette a partorire da sole in una cella, private delle cure mediche. È questa la realtà che, in molte parti del mondo, vivono le donne detenute durante la gravidanza e il parto. A raccontarla è un’inchiesta del Guardian, che raccoglie dati e testimonianze da diversi Paesi, mettendo in luce una violazione dei diritti umani che colpisce una popolazione spesso invisibile.

El Salvador

Una delle storie più drammatiche arriva da El Salvador. Dina Hernández, attivista per i diritti umani di 28 anni, era incinta di 35 settimane quando nel marzo 2024 è stata arrestata vicino casa, a San Salvador. Accusata di «associazione illecita», è stata incarcerata senza prove. Tre settimane dopo, la famiglia ha ricevuto una telefonata dal carcere: c’era da ritirare il corpo del neonato. La causa della morte non è mai stata accertata. Non è chiaro cosa sia successo né se la donna (che, secondo le informazioni disponibili, si troverebbe ancora in carcere) abbia ricevuto assistenza dopo il parto.

Secondo le organizzazioni che monitorano la situazione, casi come questo non sono eccezionali. In El Salvador, come in molti altri Paesi, le donne incinte detenute vivono in condizioni degradanti, spesso senza accesso a cure sanitarie adeguate. Alcune abortiscono spontaneamente, altre entrano in travaglio e partoriscono da sole in cella. Alcuni bambini muoiono dietro le sbarre.

«Il carcere non è un ambiente adatto alle donne, figuriamoci a una donna incinta», spiega al Guardian Sabrina Mahtani, avvocata britannico-zambiana e membro di Women Beyond Walls, una rete globale che combatte l’eccessivo ricorso alla detenzione femminile. «Esistono moltissime ricerche che dimostrano quanto sia dannoso». Mahtani sottolinea come molte prigioni siano state progettate pensando esclusivamente agli uomini: «Le donne sono state un’aggiunta successiva. Ci sono problemi enormi legati alla violenza, alla carenza di risorse, alla mancanza di servizi igienici, al sovraffollamento, ma anche a una totale assenza di cure pensate in modo specifico per le donne».

Quindici anni fa, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato le cosiddette Bangkok Rules, il primo insieme di linee guida internazionali dedicate al trattamento delle detenute e alle misure alternative alla detenzione. Le regole stabiliscono che il carcere dovrebbe essere l’ultima opzione per le donne incinte e che le pene non detentive andrebbero sempre considerate per prime. Vietano inoltre in modo esplicito l’uso di strumenti di contenzione durante il travaglio, il parto e subito dopo la nascita.

Eppure, come emerge dall’inchiesta del Guardian, queste norme vengono sistematicamente ignorate. «Non è considerata una priorità globale in termini di uguaglianza di genere», osserva Mahtani. «È una realtà poco visibile, circondata da stigma e stereotipi. Si pensa che riguardi poche donne e quindi non sia un problema. Ma non è così».

Dal 2000 a oggi, il numero di donne e ragazze in carcere è aumentato del 57% a livello globale, contro un incremento del 22% nella popolazione carceraria maschile. Nonostante ciò, mancano dati affidabili, soprattutto nei Paesi più poveri del Sud del mondo, dove le prigioni hanno meno risorse e l’accesso delle organizzazioni civili e dei media è limitato.


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