Scienza e tecnologia

Social vietati ai minori: dove nel mondo si cambia e perché l’Italia resta ferma

Nel giro di pochi anni il rapporto tra social network e adolescenti è passato dalla totale libertà a una stagione di divieti, limiti d’età e stretti controlli. Governi di mezzo mondo collegano ormai l’uso delle piattaforme alla crisi della salute mentale dei più giovani e parlano apertamente di emergenza nazionale.

La novità non riguarda solo qualche Paese isolato: dal Pacifico all’Europa fino agli Stati Uniti, cresce la pressione per mettere fine all’era dell’autoregolamentazione della Silicon Valley. Mentre altrove le norme si moltiplicano, l’Italia resta però in una sorta di limbo legislativo, con il ddl Social bloccato in Parlamento.

Italia ferma al palo: il ddl Social e lo scontro politico

Nel nostro Paese il riferimento è il disegno di legge n. 1136, il cosiddetto ddl Social sulle “disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale”. Il testo nasce con un’impostazione dichiarata bipartisan, ma è fermo da mesi nelle commissioni del Senato, senza passi concreti verso l’approvazione.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha definito l’impatto dei social sui più piccoli “devastante“, citando sfide estreme, odio online e casi di violenza che coinvolgono minorenni. Secondo il ministro, il divieto di accesso ai più giovani non può più attendere e serve una “svolta culturale” che coinvolga famiglie, scuola e società civile.

In attesa di nuove regole, Valditara richiama all’applicazione dei divieti già esistenti, alla responsabilità dei genitori e a progetti di educazione al rispetto, con il supporto di psicologi per i ragazzi in difficoltà. L’opposizione, con l’onorevole Simona Malpezzi (PD), accusa invece il governo di tenere bloccato il testo per l’assenza dei pareri dell’esecutivo, pur a fronte di un consenso di massima tra i partiti.

Malpezzi ha provato a sbloccare la situazione con un emendamento al ddl Sicurezza, che riprende l’impianto del ddl Social e punta a introdurre comunque limiti ai social per i minori.

La parlamentare parla di intervento urgente e auspica una convergenza trasversale, ma al momento l’Italia resta tra i Paesi che discutono molto e regolano poco.

Dove i divieti sono già realtà

Sul fronte internazionale, alcuni Stati hanno già trasformato i dibattiti in leggi operative. Il caso più citato è l’Australia, che ha introdotto un divieto totale di accesso ai social per i minori di 16 anni, in vigore da dicembre 2025. Le piattaforme che non rispettano la norma rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani, una cifra che manda un segnale molto chiaro alle big tech.

Anche in Malesia il limite è fissato a 16 anni, con un sistema di verifica basato su eKYC (identificazione elettronica del cliente) per blindare l’accesso. In Indonesia il blocco riguarda gli under 16 ma solo su piattaforme considerate ad alto rischio, come TikTok e Roblox.

La Cina segue una strada diversa ma altrettanto incisiva. Non esiste un divieto totale, bensì una “Modalità Minori” integrata in dispositivi e app: per gli under 8 anni il tempo di utilizzo massimo è di 40 minuti al giorno, mentre tra 8 e 16 anni il limite sale a un’ora.

L’accesso notturno viene bloccato del tutto e dal 1° marzo 2026 nuove regole della Cac (l’autorità per il cyberspazio) impongono alle piattaforme di nascondere algoritmicamente contenuti ritenuti dannosi per i valori dei giovani o in grado di spingerli verso comportamenti pericolosi.

Leggi approvate ma non ancora operative

Un secondo gruppo di Paesi ha già approvato norme restrittive, ma manca ancora qualche passaggio per l’entrata in vigore. In Francia l’Assemblea Nazionale ha detto sì al divieto sotto i 15 anni; resta il voto del Senato, con l’obiettivo dichiarato di partire da settembre 2026.

In Portogallo la legge è stata approvata a febbraio 2026 e introduce un divieto totale sotto i 13 anni, più l’obbligo di consenso dei genitori tra i 13 e i 16 anni. Nel Regno Unito la Camera dei Lord ha dato il via libera a restrizioni pesanti, ma serve ancora l’approvazione della Camera dei Comuni per chiudere l’iter.

La Danimarca ha già un accordo di governo per vietare i social sotto i 15 anni, con una legge attesa per metà 2026.

In Spagna il premier Pedro Sánchez ha annunciato un divieto a 16 anni e, punto non banale, una responsabilità penale personale per i CEO delle piattaforme in caso di violazioni: un approccio che punta direttamente sui vertici aziendali, non solo sulle società.

Il nodo vero: come verificare l’età

Dietro l’ondata di divieti e limiti resta però un problema tecnico enorme, che riguarda tutti: la verifica dell’età. Perché queste leggi funzionino davvero, ogni utente, adulti compresi, dovrebbe fornire dati sensibili, spesso biometrici o comunque legati all’identità, per dimostrare chi è e quanti anni ha.

È lo stesso problema che si è presentato di recente per l’accesso a siti con contenuti per adulti, dove tra l’altro le più grandi piattaforme finora non hanno fatto nulla per rispettare i vincoli imposti dall’UE.

Molti esperti e associazioni per le libertà digitali avvertono che questa strada rischia di trasformare Internet in una sorta di sistema di sorveglianza permanente.

L’obiettivo dichiarato è proteggere i minori, ma l’effetto collaterale potrebbe essere un controllo molto più stretto su tutta la popolazione, con impatti delicati su privacy e diritti democratici.

C’è poi un’altra conseguenza spesso sottovalutata: le norme più rigide spingono verso gli accessi clandestini. I ragazzi più smaliziati imparano in fretta a usare VPN, reti criptate o app minori non coperte dalle leggi, come già si osserva in Australia. Il paradosso è che, nel tentativo di proteggerli, alcuni finiscono per spostarsi verso angoli della rete ancora più opachi e pericolosi.

In questo scenario, la vera sfida non sembra limitarsi a decidere a che età aprire un profilo, ma a trovare un equilibrio tra tutela dei minori, protezione dei dati e realismo tecnologico: senza questo bilanciamento, il rischio è costruire regole severe sulla carta e poco efficaci nella vita quotidiana.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »