Slick Rick – biografia, recensioni, streaming, discografia, foto :: OndaRock
Uncle Ricky, could you read us a bedtime story?
Please, huh, please?
All right, you kids get to bed, I’ll get the storybook
Y’all tucked in? Yeah
Here we go
(da “Children’s Story”)
Tra i grandi dell’hip-hop, Ricky Martin Lloyd Walters alias Slick Rick è uno di quelli che rischia di essere trascurato. Eppure, è fondamentale il suo ruolo nell’arricchire questa musica con una figura nuova, quella dello storyteller (in italiano potremmo dire cantastorie o narratore), che peraltro interpreta con maestria indiscussa a cavallo degli anni Ottanta e Novanta.
Per gli statunitensi dell’hip-hop il culto è innegabile e confermato dall’incredibile numero di campionamenti dei suoi brani più famosi. Su tutti, “La Di Da Di”, il singolo del 1985 in coppia con il produttore e beatboxer Doug E. Fresh, è un ideale caso di studio: è stata campionata da oltre 1200 brani, da Biggie a Beyoncé, da Miley Cyrus ai Beastie Boys, da Robbie Williams a Lana Del Rey.
“Children’s Story” (1989), secondo singolo dell’album d’esordio, non può vantare oltre mille brani che la citano esplicitamente ma è comunque stata utilizzata da Eminem, Aesop Rock, Migos, De La Soul, Rakim, Public Enemy, Redman e altre decine di artisti. E tutto questo, considerando i soli sample. Se allarghiamo all’influenza stilistica che Slick Rick ha avuto, considerando il modo nuovo in cui si è approcciato alla materia dell’hip-hop, allora possiamo costruire dalla sua breve discografia una galassia di collegamenti che ci porterebbe ad apprezzarne meglio l’influenza sull’hip-hop dei decenni successivi, anche in Italia. Da noi, forse, paga una sensibilità diversa degli ascoltatori per i testi, centrali per comprendere l’importanza dei suoi brani e album maggiori. Inoltre, quando la musica hip-hop si diffonde nei confini nazionali, Slick Rick non può pubblicare facilmente nuovi album né fare concerti, come invece accade ai Public Enemy, Afrika Bambaataa o i Beastie Boys, che così s’impressero nella memoria collettiva dei giovani ascoltatori dell’epoca.
Il motivo è che, semplicemente, è in prigione per tentato omicidio e problemi con l’ufficio immigrazione statunitense. Lo storyteller per eccellenza dell’hip-hop è comunque un’eccezione per tanti altri motivi, per esempio per il suo modo assolutamente eccentrico di presentarsi al pubblico: gioielli tanto giganteschi da risultare comici, corone regali, vestiario appariscente e un’iconica benda sull’occhio destro. Per contestualizzare meglio il suo ruolo nell’hip-hop, però, è necessario raccontare la sua storia dall’inizio.
Le grandi avventure di Slick Rick
Nato a Londra nel 1965 da genitori giamaicani, Ricky Martin Lloyd Walters perde l’uso dell’occhio destro a causa di un incidente da bambino. Arrivato negli Stati Uniti a 11 anni, più precisamente nel Bronx, conosce a scuola il rapper Dana Dane, con cui forma la Kangol Crew. Nonostante l’adolescenza a New York, conserverà sempre il suo accento inglese con inflessioni giamaicane. La svolta della sua carriera arriva però quando collabora con Doug E. Fresh, un celebre beatboxer che rimane sbalordito dal suo talento e lo inserisce nella crew Get Fresh. “The Show” è uno dei singoli più importanti dell’hip-hop anni Ottanta. Pubblicato ad agosto del 1985, ha come b-side la già citata “La Di Da Di”. Il primo lato è un serrato dialogo tra le due voci, con frammenti della musica della serie animata “L’ispettore Gadget”, un assortimento di invenzioni vocali soprattutto di Slick Rick, qua ancora conosciuto come MC Ricky D., e il portentoso beatbox del collega.
La canzone otterrà un ottimo successo per l’epoca, imponendosi come uno dei brani hip-hop più apprezzati dal pubblico fino a quel momento. Nel tempo, supererà il milione di copie in patria.
Su “La Di Da Di” si potrebbe scrivere a lungo. Oltre a quanto già detto sui sample e i tributi, è doveroso riassumerne i passaggi fondamentali. Già i primi secondi sono leggendari e ci trasportano immediatamente ad un’altra epoca dell’hip-hop, quella delle feste più o meno amatoriali e casalinghe, dove l’emcee funge da intrattenitore della folla. “Okay, party people in the house” diventa negli anni una frase, o direttamente un sample, di larga diffusione. La stessa sorte spetta alla frase che chiude l’introduzione del brano: “As we go a little something like this Hit it”.
Dagli N.W.A. a Eminem, quest’introduzione simile a quello che oggi chiameremmo freestyle è già sufficiente a dimostrare il culto dietro al brano. La prima vera strofa è praticamente tutta essenziale per i cultori, ma è doveroso riportare almeno i primi versi:
La-di-da-di, we like to party
We don’t cause trouble, we don’t bother nobody, we’re
Just some men that’s on the mic
And when we rock up on the mic we rock the mic (Right)
Il racconto vero parte con l’inizio della giornata di Slick Rick: “I woke up around ten o’clock in the morning”. Anche questo semplice verso è rievocato da tanti altri “risvegli” dell’hip-hop, a partire dalle “6 in the morning” di Ice T, uno dei brani fondanti del gangsta-rap.
L’arte di raccontare le storie, che lo renderà lo storyteller per eccellenza dell’hip-hop, si palesa anche nel modo in cui il testo arriva all’ascoltatore, cioè con il delivery: quando nel ripercorrere la sua giornata si stiracchia ancora assonnato, per esempio, la sua voce si deforma velocemente in un mezzo sbadiglio. La ricchezza del suo rap sta anche nell’uso di elementi di cultura pop, integrati in modo più o meno libero. Qua, per esempio, solo nella prima strofa cita lo specchio di Biancaneve ma anche vari brand, tra cui Polo, Gucci e Kangol. Ma Slick Rick fa molto di più, perché nell’incontrare una ragazza non solo la delinea in pochi efficaci versi ma canticchia per suo conto “Sukiyaki”, un successo del 1981 che reinterpreta un brano giapponese del 1961 cantato da Kyu Sakamoto. Poi arriva la madre di lei e, colpo di scena, le due si malmenano pur di conquistarselo. Nel tentativo di convincere il rapper, anche la madre intona un canto, ovviamente interpretato sempre da Slick Rick:
Ricky, Ricky, Ricky, can’t you see?
Somehow your words just hypnotize me
And I just love your jazzy ways
Oh, MC Rick, my love is here to stay!
Citato nel ritornello di “Hypnotize” di Notorious B.I.G., questo motivetto è solo un altro dei momenti topici di “La Di Da Di”.
Definito il suo stile unico, Slick Rick brucia velocemente le tappe che lo portano a un più ampio successo. Diventa uno dei primi artisti della Def Jam, l’etichetta che pubblica l’esordio The Great Adventures Of Slick Rick (1988), probabilmente l’album più importante per lo storytelling hip-hop
Questi 12 racconti sono un insieme di arguta ironia, abilità con le rime e potenza comunicativa. L’approccio cartoonesco e teatrale delle sue interpretazioni lo rendono diverso da un grandioso contemporaneo come Rakim: dove il nostro propone racconti dettagliati e coloriti, tra vita quotidiana e una sua rielaborazione sopra le righe, l’altro è introspettivo, profondo e complesso; mentre Slick Rick si concentra su variazioni della voce, per interpretare personaggi differenti, il rapper di “Paid In Full” (1987) si dimostra un mago del flow che lavora con eleganza sul beat.
Album di ottimo successo commerciale, The Great Adventures Of Slick Rick si apre con “Treat Her Like a Prostitute”, l’unico brano più vecchio (“Here’s an oldie but goodie”) e un trattato di misoginia invecchiato malaccio. Goffo tentativo di empowerment maschile, è un brano che può essere compreso solo nel suo contesto. Quantomeno, introduce lo stile narrativo di Slick Rick, che qua racconta tre storielle in altrettante strofe, come fosse un racconto a episodi con una (abbietta) morale comune: le donne devono essere trattate male, fino a prova contraria, perché tradiscono e feriscono senza alcun rimorso.
“The Ruler’s Back”, su un beat di Jam Master Jay, è il primo vero brano nuovo ed è diventato un classico dell’hip-hop di fine anni Ottanta. La sua struttura semplice rimanda a “La Di Da Di”, con la drum machine a sostituire il beatbox e con le iconiche trombe del ritornello. Lo stile rilassato del flow di Slick Rick è in bella mostra: con accento inglese si muove senza fretta tra i versi, laid back come ripeterà Snoop Dogg in “Gin And Juice” (1994).
A questo brano farà chiaramente riferimento Jay-Z nel suo The Blueprint (2001), proponendo una sua versione. Il capolavoro è però “Children’s Story”, il brano che meglio riassume lo spessore di Slick Rick come storyteller. Come “La Di Da Di”, è stato campionato da decine di artisti diversi, pur senza raggiungere le cifre astronomiche viste sopra. Racconta la vicenda di due ragazzi che rubano, con la leggerezza della gioventù e senza comprendere i rischi e le implicazioni dei loro crimini. Uno dei due incappa un giorno in un detective sotto copertura, evento che lo porterà ad essere accerchiato e quindi ucciso ad appena 17 anni.
È un brano dove Slick Rick dimostra il suo talento nell’interpretare con voci diverse vari personaggi, dal bambino a cui si rivolge all’inizio con la sua voce acuta passando a i due ragazzi protagonisti della vicenda; di più, interpreta anche il poliziotto e un eroinomane, il tutto mentre snocciola un testo eterogeneo per ritmo e per densità, senza ritornelli.
Il tono ridicolo con cui si apre il brano contrasta con il finale tragico e una delle ultime frasi del rapper non potrebbe essere più esplicita: “This ain’t funny so don’t you dare laugh”.
La favola morale di Slick Rick è un testo sacro per lo storytelling dell’hip-hop, la dimostrazione della potenza che può avere la voce nel portare in vita un racconto dai toni cinematografici, senza sacrificare nulla all’immediatezza del messaggio, nonostante il finale drammatico.
Dopo aver fantasticato di portarsi a letto la donna di uno spacciatore in “The Moment I Feared”, con alcuni versi fulminei, e aver fatto festa in “Let’s Get Crazy”, con altre voci comiche in un tripudio di scratch e sample a cui contribuisce la Bomb Squad, si arriva a un’altra salace e scorretta storiella vietata ai minori: “Indian Girl (An Adult Story)” è ancora uno show di Slick Rick al microfono, con il suo arsenale teatrale esilarante, ma si accontenta di svilupparsi come un breve racconto a tema sessuale, forte di un umorismo ridanciano. In una scaletta orientata a versi explicit spicca la ballata nostalgica “Teenage Love”, un rap soffuso scelto come singolo di lancio che rimanda alla “I Need Love” di LL Cool J dell’anno precedente. Nel resto della scaletta si segnalano almeno “Mona Lisa”, con il suo colpo di scena finale, e l’arrogante “Lick The Balls”, con il fondamentale supporto della Bomb Squad.
Tra i tanti elementi che rendono più fluidi questi racconti in rima c’è anche un uso diffuso di punch in e punch out, cioè parziali sovrapposizioni tra due registrazioni così da restituire al meglio la sensazione di un vero dialogo a più voci.
Lo storyteller in carcere
Nel 1989 suo cugino, che fungeva anche da bodyguard, prova a estorcergli soldi. Dopo essere stato licenziato, arrivano persino delle minacce di morte. Spaventato, Slick Rick acquista una pistola per proteggersi e nel 1990, dopo aver visto il cugino nel quartiere, spara quattro colpi: ferisce in modo non grave l’ex-bodyguard e un passante. Viene accusato, tra le altre cose, di doppio tentato omicidio e condannato a cinque anni di detenzione. Nelle accuse, a far lievitare la pena, anche una questione relativa all’ufficio immigrazione. Finirà di scontare la sua pena solo nel 1997.
Uscito temporaneamente su cauzione, pubblica The Ruler’s Back (1991), caratterizzato da un sostanziale cambio del suo stile di rap: accantonato in parte lo stile comico e teatrale dell’esordio, con cui però sarà ricordato dalle successive generazioni, Slick Rick si dimostra capace di gestire brani veloci con alcuni versi frenetici.
Scomparsa l’energia esilarante di un tempo, probabilmente anche per le complicate vicende personali, l’album si apre con una “King” che delude chi voleva una replica dell’esordio. In uno stile simile anche “Venus” e “Ship”.
Un po’ di quella polverina magica ritorna in “I Shouldn’t Have Done It”, comunque caratterizzata da un finale tragico: è una storiella delle sue, ma sull’autosabotaggio di un uomo insicuro che tradisce la sua donna.
Spesso manca comunque l’energia, come in “Mistakes Of A Woman In Love With Other Men” o la malinconica “Runaway”. Che sia un album costruito con meno ispirazione lo conferma anche la conclusiva, festosa, “Slick Rick – The Ruler”, che riusa alcuni versi già ascoltati nell’esordio.
Il terzo Behind Bars (1994) è fortemente segnato dalla vita in carcere. Pieno di brani cupi, è attraversato da pessimismo e amarezza e si orienta verso una palette sonora più notturna. L’iniziale “Behind Bars”, su un beat jazz-rap di Prince Paul, ci porta nella vita dietro le sbarre ma colpisce più duro la tragica storia di “All Alone (No One To Be With)”, tra ragazze madri e disagio sociale.
La dolce malinconia di “Sittin’ in My Car” (feat. Doug E. Fresh), con il ritorno del beatbox, è un altro momento memorabile di un album che soffre comunque di una gestazione difficile, che costringe anche a riprendere due brani già pubblicati. In chiusura anche un remix di “Behind Bars” con Warren G, che è sorprendentemente la versione definitiva del brano: l’ospite aumenta il dinamismo del brano, imponendolo come un classico dell’East Coast.
L’arte di raccontare
Il ritorno, dopo l’esperienza in carcere, è un’autocelebrazione sfrontata come The Art Of Storytelling (1999), un album che suona come un classico mentre molti suoi fan sono diventati superstar. Slick Rick torna sulla scena con l’aura di un maestro riconosciuto, esagerando con 21 brani in scaletta, compresi skit, intro e outro.
Imita e sostanzialmente parodizza il gangsta-rap in “Kill Niggaz”, poi ritorna al suo storytelling divertente in “Street Talkin'” (con Big Boi degli Outkast) e s’incontra con il genio di “Illmatic” in “Me & Nas Bring It To Your Hardest”. Come dimostrano questi primi brani, una buona parte dell’album funge come tributo a se stesso, attraverso i numerosi ospiti d’eccezione presenti, come confermano anche “Frozen” con Raekwon e “Unify” con Snoop Dogg. Quando rimane solo, Slick Rick funziona solo a tratti: gli anni dietro le sbarre sembrano aver depotenziato il suo rap, sicuramente ancora fluido ed elegante ma meno colorato e divertente degli esordi. Per esempio, il racconto di “2 Way Street” vede la sua voce quasi sommersa dal beat, distante. Timidamente, qualcosa viene aggiornato al sound di fine millennio, come si ascolta nella più elettronica “I Run This”. Anche i testi explicit non sono più quelli di una volta: “Adults Only” è semplice pornografia, senza ironia. Il culto, però, sembra superare anche gli evidenti limiti di questo album, così fioccano valutazioni molto positive, anche dalla rivista di riferimento dell’hip-hop statunitense “The Source”, che attribuisce delle assai generose 4 stelline su 5.
In un’epoca in cui l’hip-hop accede al mainstream mondiale, Slick Rick riceve gli onori dei grandi di questa musica, anche se l’album di fine millennio è dispersivo e deludente.
Nel 2002 viene nuovamente arrestato, per 17 mesi, sempre per questioni di immigrazione. Nel 2006 si avvia una procedura per rimpatriarlo nel Regno Unito. Nel 2008 il governatore di New York David Paterson chiude definitivamente le vicissitudini legali di Slick Rick, riconoscendone la buona condotta tenuta dopo la scarcerazione. Diventa ufficialmente anche cittadino statunitense solo nel 2016. Qualcosa si muove anche sul piano della nuova musica, nulla però di rilevante fino all’annuncio, nel 2023, di un nuovo album.
Un’altra grande avventura
Il quinto album di studio si chiama Victory (2025) e arriva dopo 26 anni dal precedente. Accompagnato da un film, si vende come un’opera maestosa ma totalizza 27 minuti spezzettati in ben 15 brani. Il suo rap è in ottima forma, fluido ed elegante, ancora caratterizzato dalle sue doti di interprete magnetico e, all’occasione, istrionico. Il sound è una sintesi tra il suono classico dei Novanta e beat più densi e dinamici, stratificati ed elaborati.
La veloce mistura di jazz-rap e boom-bap di “Stress” (feat. Giggs) ruota intorno alla ripetizione del titolo mentre “Angelic” sfrutta le sue doti di fascinoso rapper dal flow rilassato. L’aspetto più cartoonesco ritorna almeno in parte in “Foreign” ma l’ironia non è comunque sufficiente per bilanciare un’autocelebrazione come “I Did That”. Quando in “Documents” arriva Nas purtroppo sembra che gli anni sulle spalle di Slick Rick, e una vita sicuramente devastata dai problemi con la legge, abbiano colpito duro. Incomprensibile la scelta di tentare la via della techno in “Come On Let’s Go” e “Cuz I’m Here”, per un totale di appena quattro minuti. Il brano più aggressivo è probabilmente il conclusivo “Another Great Adventure”, su un basso distorto, ma anche questo si conclude dopo appena 93 secondi.
Al 2025, quindi, Slick Rick rimane rilevante soprattutto per quanto ha fatto nella all’inizio della sua carriera. I primi singoli e l’album d’esordio sono fondamentali per l’hip-hop tra gli anni Ottanta e Novanta. Il resto del suo percorso è stato devastato dai problemi legali, che hanno reso discontinui gli album successivi, comunque impreziositi da altri brani notevoli. L’ennesimo ritorno sulla scena sembra, a chi vi scrive, sostanzialmente un pretesto per far parlare nuovamente di sé e riscuotere i tributi dei cultori del genere che difficilmente possono negare l’influenza enorme che ha avuto nell’evoluzione dello storytelling nella cultura hip-hop.




