Sinner, Antonelli e Bezzecchi. L’Italia e i suoi tre assi di un colore solo: l’azzurro
Il centauro non è soltanto Marco Bezzecchi, il fenomenale motociclista che ha appena vinto in America, ultimo ma non l’ultimo di una tradizione di formidabili campioni virtuosi e coraggiosi su quelle due ruote che paiono fatte di niente.

Il centauro, creatura dalla doppia natura, leggendario ibrido, è un po’ tutto il nostro sport di vertice: da un lato l’affaticata Italia del calcio, che tra una manciata di ore si gioca il futuro e l’ennesimo mondiale in un orizzonte che può ancora svanire, dall’altro Bezzecchi, ma anche Sinner e Antonelli che si sono arrampicati sull’Everest dei risultati, dove l’aria è più rarefatta e non arriva nessuno, solo noi.

Ma è che è successo allo sport italiano? Trionfiamo alle Olimpiadi estive e invernali, siamo campioni del mondo nella pallavolo di donne e uomini, abbiamo persino battuto gli americani nel baseball a casa loro, la nazionale femminile di basket torna ai mondiali dopo 32 anni, pure il cricket ci dà gioia. Mentre nessuna squadra di club è arrivata ai quarti di finale di Champions, abbiamo il tennista e il pilota di formula uno più bravi al mondo. E ora anche un pilota di MotoGp che in questo inizio di stagione ha fatto tre su tre.
Dominiamo in tutto, non nel calcio
Siamo dominanti in discipline che per decenni abbiamo scrutato come chimere, e invece adesso sono gli avversari che guardano noi da lontano. Mentre il calcio delle quattro Coppe del mondo (l’ultima, però, a Berlino vent’anni fa) e delle Coppe dei Campioni delle serie dominanti del Milan (ma l’ultima, quella dell’Inter di Mourinho, è datata 2010) ci vede ridotti quasi a comparse. Non giochiamo un mondiale dal 2014, quando peraltro uscimmo al primo turno in Brasile, come era accaduto in Sudafrica nel 2010: non ci siamo qualificati nel 2018 e 2022, ora siamo ridotti a soffrire nella finale dei play-off in Bosnia, su un campetto da 9 mila spettatori, mica a Wembley o al Maracanà. Cosa abbiamo perduto, cosa abbiamo conquistato nel frattempo?
Il calcio non è più il primo sport
Il calcio non è più il primo sport seguito e amato dai giovani, che sui loro smartphone e tablet cercano altre emozioni. I bambini vanno a tennis e sognano un futuro con i capelli rossi.

Il pubblico davanti alla tivù cerca i bolidi e le moto, un po’ stanco di partite di pallone noiose e spalmate in tutti i giorni della settimana, un pane senza sugo sopra. I campioni, si sa, vanno a cicli come le stagioni della vendemmia, non si programma la nascita di un fuoriclasse, invece i risultati di un sistema sportivo si preparano eccome: il calcio è rimasto immobile, la Figc è un ente preistorico guidato da dinosauri, gli altri sport si sono messi a lavorare sodo e adesso scattano, sgommano e si piegano in curva come centauri, quelli belli però, quelli che hanno dimenticato l’ambiguità e la paura.
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