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Simone Moro: «Essere alpinista significa avere fame: scalare con portatori, ossigeno e campi allestiti, è altro. Gli uomini per il pianeta sono dei roditori, ma lui è più forte»

Settima sinfonia, andante con brio e si spera con poche nevicate: ecco l’ultima partitura che Simone Moro, alpinista e pilota di elicottero, ma soprattutto winter maestro sugli Ottomila ha appena iniziato a solfeggiare. Ad attenderlo, ancora il Manaslu, ottava vetta della Terra, la sua grande incompiuta a quota 8.163. Partenza a fine novembre per il Nepal, al campo base arriverà, in compagnia di un solo sherpa, il giovanissimo Nima Rinji, dal 21 dicembre, perché «intendo rispettare i canoni più leggeri dello stile alpino, e i confini più stretti dell’inverno astronomico e non meteorologico». Senza scorciatoie, come piace a lui.

Perché ancora il Manaslu? Lei ha già all’attivo quattro prime assolute invernali sugli Ottomila e ben sei tentativi al Manaslu…
«Dopo 35 anni di spedizioni e 10 anni di arrampicata sportiva, non voglio che sembri un’ossessione: in fondo sono stato respinto 5 volte dal meteo ed una dalla dissenteria! Però ho trascorso al campo base di questa bellissima montagna quasi due anni di vita: sento che è un poco è casa mia. In inverno, il Manaslu è già stato scalato, anche senza ossigeno, fin dal 1984, però fuori dai confini del vero inverno. Ho sempre detto che questo e poi ancora l’Everest sarebbero stati fra i miei obiettivi».

Poi appenderà «Gli Ottomila al chiodo», come recita il titolo del suo ultimo libro?
«Ma no, il titolo è volutamente provocatorio: mi è venuto ad un semaforo mentre ero in motorino a Kathmandu. È l’unico che tutti rispettano perché è su una strada immensa. E questo è un libro sul rispetto».

Gli ottomila al chiodo. Viaggio al cuore dell’Himalaya: dalle esplorazioni eroiche alle scalate moderne tra avventura e turismo

Per che cosa?
«Ho 58 anni e mi son detto che ormai con la “fotografia” e un po’ con la storia ci sapevo fare. Lo spaccato di vita che ho visto all’inizio della mia carriera in Himalaya è ben diverso dalla fotografia che scatto oggi. Ho provato a fare ordine, senza polemiche: in 30 anni lassù sono cambiate tante cose, non solo il clima, ma anche la community, i protagonisti».

Amarcord da cinquantenne?
«No, il contrario. Questo non è un libro affetto dalla malattia tipica di chi diventa vecchio e dice “Ai miei tempi sì che le cose erano serie…”. Ho voluto appendere al chiodo i ricordi e dare una speranza perché i tempi cambiano, i ghiacciai cambiano e anche il punto di osservazione di una persona deve cambiare, ma bisogna aver la stessa apertura mentale e libertà di accettare questo cambiamento anche quando non è fatto a nostra immagine e somiglianza».

Vuole dire che non si riconosce più in questo modo di andare in montagna?
«Ormai ho all’attivo quasi più libri che Ottomila. Volevo scrivere qualcosa che parlasse ai nuovi protagonisti della montagna e ai giovani. Parto da un esempio “fuori zona monti”: fare snorkeling è diverso che andare in apnea fino a 100 metri. Una è un’attività libera e sacrosanta, l’altro è un lavoro, una professione. Che cos’hanno in comune? In entrambi i casi si vedono pesci bellissimi. Chiaro?».


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