Cultura

Silversun Pickups – Tenterhooks | Indie For Bunnies

Settimo capitolo discografico per i Silversun Pickups che, nel loro piccolo, continuano a produrre musica con costanza da ormai un quarto di secolo. Esaurita l’onda del successo maturato con la hit “Lazy Eye” del 2006, la band californiana guidata da Brian Aubert e Nikki Monninger non è più riuscita a imporsi davvero all’attenzione del grande pubblico, rimanendo ancorata a una formula alt rock che si trascina con pochi ammodernamenti da troppi anni. “Tenterhooks” prosegue nel solco tracciato dai predecessori ma lo fa tornando a sonorità leggermente più solide rispetto al recente passato, privilegiando l’elettricità rispetto alle intrusioni elettroniche.

Credit: Bandcamp

Per la terza volta consecutiva in cabina di regia siede Butch Vig, batterista dei Garbage ma noto soprattutto come produttore di due pietre miliari del rock quali “Siamese Dream” degli Smashing Pumpkins e “Nevermind” dei Nirvana. Inutile dire che “Tenterhooks” non sfiora minimamente le vette qualitative dei due capolavori citati, eppure il tocco di Vig è tangibile: il disco vanta infatti una produzione cristallina, definita nei minimi dettagli senza apparire eccessivamente artefatta. Si tratta di un alternative rock patinato ma genuino, dove le consuete influenze shoegaze e dream pop emergono con chiarezza in brani come “New Wave” (specie nella parte iniziale), “Witness Mark” e “Hot Wired”.

Come già accennato, in diverse tracce in scaletta si avverte una grinta rinnovata: si va dal ritmo incalzante di “The Wreckage” alle cadenze stoner di “Thorns And All”, passando ancora per il nervosismo post-punk di “Wakey Wakey” e gli accenti di “Au Revoir Reservoir” che, per quanto singolare possa apparire, presenta stacchi modellati su quelli di “Beat It” di Michael Jackson. La ritrovata energia, tuttavia, non è sufficiente a far compiere il salto di qualità ai soliti Silversun Pickups. La band, pur con il talento di chi conosce bene il proprio mestiere, continua a dare vita ad album curati nella forma ma talvolta esili nella sostanza. L’ascolto risulta nel complesso scorrevole e gradevole, a esclusione delle anonime ballad “Long Gone”, di stampo folk, e “Running Out Of Sounds”, costruita sul pianoforte.


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