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Sick Tamburo – Dementia: L’evoluzione dell’ex-Prozac+ :: Le Recensioni di OndaRock

Per capire davvero “Dementia” bisogna tornare indietro di trent’anni e spostarsi a Pordenone. Una provincia che, tra gli anni Ottanta e Novanta, è stata molto più di una periferia culturale: un laboratorio, un’anomalia, quasi un cortocircuito creativo nella scena musicale italiana. Il cosiddetto “Grande Complotto” aveva dimostrato che anche lontano dai centri industriali della musica si poteva costruire un’identità forte, autonoma, impermeabile alle logiche romane o milanesi. Più che un genere musicale, in città il punk era un’attitudine: un modo di stare al mondo, di produrre cultura senza chiedere permesso a nessuno. Da quella traiettoria nasce, negli anni Novanta, l’esperienza dei Prozac+. Canzoni dirette, melodie immediate, un linguaggio semplice che parlava di disagio, alienazione, provincia, senza filtri intellettuali. Dentro quella scrittura c’era già la capacità di trasformare l’esperienza personale in racconto urbano. Quando Gian Maria Accusani chiude quella stagione e fonda i Sick Tamburo, assieme alla compianta Elisabetta Imelio, non cambia solo il nome ma anche il focus centrale. L’energia diventa più controllata, le strutture sonore meno esplosive e la parola molto più centrale.

“Dementia” si inserisce in questo percorso come un punto di ulteriore conferma. È un disco che radicalizza ciò che i Sick Tamburo sono diventati negli anni: una band concentrata sulla sostanza, che elimina invece di aggiungere, che preferisce insistere su un’idea piuttosto che moltiplicarla. In questo caso però la scelta formale ha un’origine ben precisa. Accusani, infatti, ha raccontato di aver scritto queste canzoni mentre attraversava da vicino l’esperienza della demenza di una persona cara. Non si tratta quindi di descrivere un concetto astratto: è una convivenza quotidiana con la perdita di memoria, con la ripetizione delle frasi, con lo smarrimento improvviso.
La struttura stessa dell’album sembra modellata su questa esperienza. I brani, infatti, procedono per cicli, per ritorni, per piccoli spostamenti interni. La musica si comporta come la memoria quando inizia a cedere: gira attorno agli stessi nuclei, cambia di poco e a volte sembra fermarsi.

L’ingresso nel disco avviene attraverso un movimento circolare. Il riff di chitarra che apre “Mi gira sempre la testa” è insistente, quasi martellante. Il testo registra una condizione fisica e mentale senza troppi ornamenti, è il modo più onesto per rendere l’idea della vertigine continua di una testa che gira. L’ascoltatore, infatti, viene subito portato dentro una dimensione circolare senza via d’uscita.
“Silvia corre sola” è uno dei singoli dell’album. La protagonista resta volutamente indefinita, tratteggiata a frammenti, e la linea vocale misurata amplifica questa sensazione di solitudine. La corsa di Silvia assume così un significato simbolico aperto, un gesto di ricerca e fuga che resta intenzionalmente non detto, invitando l’ascoltatore a completare la scena con la propria immaginazione.
“Mexican” apre uno spiraglio malinconico nell’album, mescolando nostalgia e riflessione, raccontando emozioni e memorie senza frenesia, con una tensione sottile che scorre sempre costante sotto la superficie.

“Ho perso i sogni”, altro singolo del disco, è tra i brani più esposti anche a livello promozionale. Concentra in pochi minuti uno dei nuclei emotivi del lavoro dei Sick Tamburo. Il titolo suggerisce una perdita netta, dichiarata senza metafore complesse. La forza del pezzo sta nella sua asciuttezza: la frustrazione e la disillusione vengono registrate con una lucidità disarmante. “E da tempo ho perso i sogni, le macerie del mio cuore”. “Non c’è pace” sta nel cuore di questo percorso come una sorta di ritratto di un equilibrio impossibile. Il titolo non è retorico: non vuole esprimere solo un malessere superficiale, ma una condizione costante di sospensione emotiva e mentale. In questo senso, la frase “Non c’è pace qui per me” è un’affermazione di fragilità interiore che si apre alla possibilità di essere vista da chi ascolta.
Nella parte centrale, “Fuori” introduce una variazione di ritmo più nervosa. È un brano breve, teso, che condensa in pochi passaggi un senso di malessere trattenuto. L’idea dell’esterno evocata dal titolo della canzone, resta infatti ambigua, sospesa tra desiderio di fuga e consapevolezza del limite della vita di ogni giorno. Subito dopo, “Immagina se” apre uno spazio mentale diverso, suggerendo un’ipotesi, una possibilità. La linea melodica si distende leggermente, pur restando dentro un impianto sonoro molto sobrio. L’immaginazione per i Sick Tamburo, diventa un terreno fragile da percorrere con cautela.

“Chiudi quella porta” è uno dei momenti più luminosi e potenti di “Dementia”. Qui la band sposta l’attenzione dal turbamento interiore alla scelta di un atto pratico e psicologico: chiudere simbolicamente tutte le distrazioni e i rumori che affollano la mente. Il testo invita a serrare quella porta, a tenere fuori i pensieri, odi, rancori, falsi sogni e falsi amori, per ritrovare uno spazio di silenzio e calore interiore. In continuità con questo clima, “Sangue e libertà” introduce una spinta ritmica più marcata. Le chitarre acquistano peso, la batteria imprime maggiore energia. Si avverte un’eco lontana della stagione più ruvida di Accusani, ma rielaborata con la sua consueta misura. La libertà evocata rimane una tensione interna, una forza che preme sotto la superficie.
La title track “Dementia” chiude l’album con un andamento molto più dilatato. La struttura si fa più atmosferica, la parola perde peso rispetto al tessuto sonoro. La durata maggiore rispetto agli altri brani, sei minuti e ventinove secondi, permette infatti alla band di lavorare su stratificazioni e sospensioni. L’impressione finale è quella di una dissolvenza che lascia aperta la riflessione dell’ascoltatore. Il colpo di genio di Accusani sta nel chiudere l’album proprio con questo pezzo, perché il disco si conclude senza una sintesi definitiva, in linea con il tema che lo attraversa.

Allargando lo sguardo, “Dementia” appare un lavoro che dialoga con la storia personale di Gian Maria Accusani e con quella collettiva della scena del passato. Dal punk istintivo dei Prozac+ alla scrittura sempre più asciutta dei Sick Tamburo, il filo conduttore è rimasto sempre lo stesso: raccontare il disagio senza mai per forza trasformarlo in spettacolo. Solo che se negli anni Novanta quel disagio aveva la forma dell’instabilità adolescenziale, oggi assume quella più complessa della fragilità adulta, del confronto con la malattia, con il tempo che erode la mente. La conclusione naturale è che “Dementia” si presenta come un album concentrato, coerente con il percorso di chi lo ha scritto. Sta in piedi perché ogni scelta formale – la ripetizione, la riduzione degli arrangiamenti, la voce controllata – è funzionale a ciò che racconta. Non ci sono riempitivi. Zero deviazioni strategiche. Ogni brano contribuisce a costruire un clima omogeneo, una progressione emotiva che mantiene una linea precisa dall’inizio alla fine, consentendo di raccontare uno stato mentale alterato. La demenza, per l’appunto.
A rafforzare questo legame con una storia condivisa nei ruggenti anni 90, interviene anche l’immaginario visivo: la copertina è firmata da Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, figura centrale di quella stagione pordenonese che ha intrecciato musica e arti visive in modo organico. È interessante vederlo come un segnale di continuità culturale, un richiamo esplicito a quell’ecosistema creativo nato tra provincia e ostinazione, in cui le band costruivano un’identità comune pur restando autonome. Anche attraverso l’artwork, “Dementia” si colloca dentro una genealogia ben precisa. In un panorama contemporaneo, in cui l’album spesso viene inteso come una somma di brani pensati per funzionare singolarmente, i Sick Tamburo continuano a concepire il disco come unità compatta. “Dementia” va ascoltato dall’inizio alla fine per coglierne il senso. Da Pordenone al presente, passando per il rumore degli anni belli che furono, Accusani tiene fermo un punto: la canzone come spazio di responsabilità espressiva. Raccontare la verità, anche quando è malattia, anche quando è scomoda e fa male.

21/02/2026




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