Shabaka – Of the Earth
Diciamo che ad ogni album che esce del prolifico Shabaka Hutchings si rafforza la ragione per cui, al di là degli esiti, lo seguiamo come colui che può più di altri dettare gli aggiornamenti sullo stato di salute del jazz che ci piace, non di tutto il genere, ma quello affine al mondo alternativo di cui questa rubrica si nutre ad esempio, quello che sfiora il rock e ed il funk (The Comet is coming e Sons ok Kemet) ed anche nel caso di “Of the Earth” non si sfugge alla sensazione di ascoltare qualcosa di imperfetto per definizione, ma predittivo verso forme, altra direzioni possibile per future produzioni.

Non che fosse necessaria una nuova evoluzione rispetto al precedente “Perceive Its Beauty, Acknowledge Its Grace” ma in questo album Shabaka accentra tutto o quasi l’aspetto compositivo e musicale, suonando tutti gli strumenti, declinando un panorama di band a un’idea di suono diretta ed esclusiva emissione della sua interpretazione di jazz ORA, senza mezzi termini o possibili contaminazioni. E lo fa ritornando dopo un pò di anni all’uso del sax, intervallato con la recente passione per i flauti, ma soprattutto esponendosi in qualcosa di finora inusuale per lui, uno spoken simil rap (“Go Astray”, “Eyes Lowered”), con la sua voce bella profetica e cavernosa all’insegna dell’ennesimo superamento di confine.
L’artista britannico nelle interviste sottolinea questa esigenza di tendere alla libertà espressiva massima, per attingere senza esitazione alle proprie nascoste ispirazioni, dove l’aspetto creativo non ha confini e viene solo filtrato dalle capacità dell’artista, mentre la direzione esce senza una volontà magari predeterminata; se si osservano da questa prospettiva, i risultati di “Of the Earth” sono coerenti, anche al di là di un’impressione che a volte emerge durante l’ascolto, di una parvenza di simulazione, come se il tentativo di inseguire un ritmo, un’idea sonora fosse il principale obiettivo, al di là del risultato.
Ma l’album brilla di una ricchezza mai stancante, specialmente nelle parti più ritmiche, di un tribalismo africano molto marcato e pregnante (“Call the Power”, “Dance in Praise”), di un senso di novità ancora nascosto, che coi ripetuti ascolti non lascia indifferente, mentre in altre parti Shabaka conforta con brani che riportano in auge i fasti groove dei Sons of Kemet (“Marva the Mountain”), dove in altri casi forse i migliori e più ispirati, vedi la splendida intro di “A Future Untold”, dal titolo così simbolico, si viene immersi nella dimensione spirituale con un sax che illude e allude a vette mistiche di altissimo livello, mentre in “Light the way” un tappeto elettronico onirico serve da base lunare per parimenti linee di flauto ad alto tasso ascensionale.
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