Senzatetto e buoni doccia a Torino, silenzio delle istituzioni sui controlli: esisterà un minimo di vigilanza?
La scorsa settimana ho scritto all’assessore competente, due volte, a distanza di pochi giorni, trasformando in forma ufficiale richieste che fino a quel momento erano passate, probabilmente con fastidio, su WhatsApp. Ho fatto quello che si chiede ai cittadini, senza scorciatoie e senza ambiguità, cioè formalizzare, chiarire, circoscrivere.
Tre punti, netti.
Primo, verificare una cosa grave, ovvero la possibile rivendita sottobanco dei buoni doccia destinati ai senzatetto, circostanza che mi è stata riferita da alcune persone e che, non avendo io strumenti per accertare, ho chiesto a chi ha il potere e il dovere di farlo di verificare. Perché qui non si tratta di voci da bar, ma di segnali che, se confermati, descriverebbero un meccanismo indegno. Speculare sulla pelle di chi non ha nulla non è una furbizia, non è un’eccezione tollerabile, è un’infamia.
Secondo, sapere quando il Comune intenda intervenire su una pratica altrettanto inaccettabile, cioè far pagare shampoo e sapone a chi già vive ai margini. Non stiamo parlando di servizi accessori, ma di igiene di base, di dignità minima. Far pagare anche quello significa, nei fatti, alzare un ulteriore muro davanti a chi è già fuori da tutto. Significa trasformare un diritto elementare in un piccolo privilegio a pagamento.
Terzo, un invito, semplice e formale, alla presentazione di un libro che parla anche di marginalità, di povertà, di vite che spesso si preferisce non vedere. Un invito esteso per rispetto istituzionale, non per cortesia personale, all’assessore e ai vertici della circoscrizione, in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Un’occasione pubblica, concreta, per esserci, ascoltare, metterci la faccia.
C’era anche una scadenza, chiara, per comunicare eventuali presenze, proprio per evitare ambiguità, ritardi, silenzi prolungati. Non è arrivato nulla. Nessuna risposta, nessuna presa in carico, nessun “stiamo verificando”, nessun segnale, nemmeno formale, che quelle parole fossero state lette e considerate. Nemmeno una di quelle frasi standard che spesso servono solo a prendere tempo, ma che almeno certificano un minimo di attenzione. Il silenzio, totale, su ogni punto.
E il silenzio, in questi casi, non è neutro. Non è una pausa, non è una dimenticanza, non è un dettaglio. È una scelta, consapevole o meno, ma comunque una scelta. Perché quando si parla di persone che vivono per strada, di servizi essenziali, di possibili abusi, non rispondere significa lasciare tutto esattamente com’è. E allora resta una domanda, semplice, quasi banale nella sua evidenza: di cosa stiamo parlando, quando parliamo di politiche sociali, se poi, davanti a questioni concrete, documentate, circostanziate, cala il silenzio? A cosa servono le deleghe, i ruoli, le responsabilità, se nel momento in cui vengono interpellate non producono nemmeno una risposta?
Non si tratta di polemica, e nemmeno di protagonismo, che è l’alibi più comodo per archiviare chi fa domande scomode. Si tratta di capire se esiste un minimo di vigilanza su ciò che accade davvero, ogni giorno, nei servizi destinati ai più fragili. Si tratta di capire se qualcuno controlla, verifica, interviene, oppure se tutto viene lasciato all’inerzia, alle abitudini, alle zone grigie. Perché le zone grigie, quando riguardano chi non ha nulla, diventano rapidamente zone nere.
Io continuerò a fare la mia parte, sul campo e con le parole, perché è l’unica cosa che so fare e che posso fare. Continuerò a vedere, ascoltare, riportare, senza addolcire quello che non è addolcibile. Chi dovrebbe fare la propria, per ora, tace. E questo, più di qualsiasi risposta sbagliata, è già un problema.
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