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Se Trump e Putin prendessero esempio dal tennis

In attesa, per domani, dell’abbuffata dei supermatch di secondo turno con italiani in campo (Maestrelli vs Djokovic, Sinner vs Duckworth, il derby Musetti vs Sonego, Darderi vs Báez, più l’esordio delle coppie Bolelli-Vavassori e Cocciaretto con la spagnola Bouzas Maneiro), oggi a Melbourne ci portiamo a casa il successo di Jasmine Paolini, che è di madre polacca, sulla polacca Magdalena Frech, 27 anni, WTA 57.

Interrotto per un’ora sul 4-1 da un acquazzone, il primo set vede la numero 8 al mondo condurre le danze pur risultando, rispetto ai suoi standard, meno affidabile nei turni di servizio e più fallosa durante gli scambi. Tuttavia, a furia di accelerazioni di rovescio e di bordate indirizzate verso il diritto, la lucchese costringe l’avversaria a sbagliare di più (6-2). Il secondo set si ferma quasi subito per la pioggia. Giocatrici, arbitro, addetti e pubblico vengono dunque spostati nella John Cain Arena, che ha il tetto mobile. Il copione resta lo stesso, con game che si prolungano sempre ai vantaggi e tira-e-molla infarciti di errori. La differenza è che in avvio Jasmine è costretta a inseguire dopo un break. Recupera in fretta, non riesce però a decollare e cede un altro turno di servizio. Ma è l’ultimo passaggio non facile del match prima del 6-3 che la manda al terzo turno degli AusOpen 2026.

Jasmine Paolini

Jasmine Paolini (afp)

Guardo il match Tien vs Shevchenko e penso che raccontare le storie dei giocatori sia un privilegio: può perfino servire a mostrare che il mondo è meno cupo di quello che vecchi astiosi, vendicativi, inaffettivi e crudeli come Donald Trump e Vladimir Putin ci impongono. Per esempio, giorni fa, raccogliendo le informazioni che mi servivano per il breve ritratto di Tien che uscirà sul numero di Tennis Italiano di febbraio, ho scoperto perché si chiama Learner, in inglese “colui che impara”, o semplicemente “studente”. Va così: i giovanissimi Khuong e Huyen Tien, di etnia cinese, scappano avventurosamente dal Vietnam, spinti dallo stesso bisogno elementare di sopravvivere. Non si conoscono ancora quando mettono piede in California. Lui studia giurisprudenza, lei matematica. Intanto lavorano dove capita. Il caso li fa incontrare su un campo da tennis. Parlano. Riconoscono, nelle pieghe dei racconti, un passato simile che nessuno dei due ama esibire. Si rivedono. Si scelgono. Si sposano. Nel 2005 arriva Learner, nome scelto dalla mamma insegnante; nel 2006 nasce Justice, in onore del padre avvocato.

Alexander Shevchenko, classe 2000, è nato a Rostov, in Russia, ma nel 2024 decide di rappresentare il Kazakistan. Prima di lui lo avevano fatto altri tennisti, come i moscoviti Bublik e Rybakina, seppure esplicitamente per motivi economici e prima dell’invasione del 2022. Shevchenko – che è un cognome ucraino – non si è mai pubblicamente espresso sull’aggressione di Putin al Paese confinante. Quando ha cambiato nazionalità, si è tuttavia detto “molto orgoglioso” della scelta fatta e di voler regalare “momenti memorabili” alla nuova patria. Diciamo che, tra le righe, s’intravvede un messaggio.

Ecco: oggi l’americano figlio di profughi e il russo profugo tardivo si battono nell’Arena, ed è un bel vedere, soprattutto perché Tien, vincitore il mese scorso delle Next Gen Finals di Riyad, dà saggi del proprio tennis elegante che qualcuno sostiene ricordi quello di Federer. Finisce 6-2 5-7 6-1 6-0 per Learner, che già sogna di incrociare il percorso di Alcaraz in semifinale.

Un’altra piccola storia riguarda indirettamente l’Italia. Cile e Argentina non sono paesi fratelli, anche se, paradossalmente, sono tra loro i più simili del Sudamerica per caratteristiche sociali, demografiche e culturali. Li separano antiche questioni di confine mai ricomposte, diffidenze che ogni tanto riaffiorano: un po’ come ci illudevamo accadesse tra Russia e Ucraina prima del diluvio universale o – in una versione di confronto perfino grottesco – come accade ora tra i TrumpUSA e la Danimarca sulla Groenlandia. Penso dunque che l’italo-argentino Luciano Darderi e il cileno Cristian Garín abbiano provato una certa intima soddisfazione, qualche settimana fa, nell’iscriversi insieme al doppio degli Australian Open. È una coppia nata non per diplomazia ma per necessità di circuito e per affinità: “Condividiamo il preparatore atletico, ci conosciamo molto bene”, ha rivelato Darderi. Non solo palleggi occasionali, quindi, ma lavoro quotidiano condiviso.

Poi il destino ha fatto il suo mestiere: il sorteggio del singolare li ha messi uno contro l’altro. Avversari ieri, compagni 24 ore dopo. Il numero 4 d’Italia e 24 del mondo (ranking in tempo reale) ha prevalso per 7-6 7-5 7-6 in 2 ore e 56 minuti, al termine di una partita durissima che, ha ammesso, “avrei potuto perdere se fossimo andati al quarto set”. Oggi la coppia Darderi-Garín, l’argentino vestito d’azzurro e il cileno classe 1996 che a 17 anni era talmente forte da vincere le finali junior in entrambe le specialità al Roland Garros, non riesce a superare il turno: troppo esperti gli specialisti Krajicek-Mektic. Lo statunitense e il croato cedono il secondo set al tie-break per 13-15 ma controllano con sicurezza il primo e il terzo parziale. Il punteggio finale è 6-4 6-7 6-3.

Sono cose minime, esercizi personali di convivenza, tolleranza e pace. Non cambiano le mappe, non riscrivono il passato. Ricordano soltanto che la rete divide solo fino all’ultimo punto del match. Dopo, si può stare dalla stessa parte


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