Se secondo l’Avvocatura dello Stato i dati sul porto di Ravenna non vanno diffusi per la guerra in corso, mi chiedo che ne è della Costituzione
Noi comuni mortali e cittadini mediamente gonzi, intenti quotidianamente alle nostre faccenduole particolari di vario genere, non l’avevamo capito, anche se qualche dubbio poteva legittimamente esserci. Ci ha pensato, secondo quanto riporta sui suoi canali social l’attivista ambientale Linda Maggiori, l’Avvocatura dello Stato, organismo che dovrebbe costituire un meccanismo essenziale dello Stato di diritto.
Poche storie, afferma imperiosamente l’Avvocatura. Siamo in guerra, anche se si tratta di guerra “ibrida” e “a pezzi”. La ferale constatazione viene addotta per motivare la negazione all’accesso ai dati relativi al traffico di armamenti e materiali connessi nei porti italiani e in particolare in quello di Ravenna.
La prosa è agghiacciante ma proprio per questo conviene riprodurla testualmente. “La rilevanza militare complessiva del Porto di Ravenna e la sua strategicità nel dispositivo difensivo marittimo complessivo della Nazione sono profili che rientrano a pieno titolo nella ‘sicurezza nazionale’ e nelle relazioni internazionali dello Stato … quali ‘interessi-limite’ nel divieto di accesso”.
Ma il bello deve ancora venire. “La propalazione, attraverso i mezzi di informazione, dei dati e delle informazioni de quibus consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni internazionali dello Stato, del porto di Ravenna, e ciò è un’evenienza assolutamente da scongiurare nell’attuale contesto storico-politico in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale ‘a pezzi’ e ‘ibrida’ che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”.
Si noti come il presunto stato di guerra venga invocato per negare un fondamentale diritto costituzionale all’informazione sull’uso del territorio nazionale e di essenziali infrastrutture ad esso afferenti. Il messaggio è in sostanza riconducibile al nefasto slogan mussoliniano “il nemico ci ascolta”. Nessuna traccia, nel pensiero di questi giuristi della Costituzione repubblicana, sulla quale pure avrebbero dovuto giurare. Né ovviamente dell’esecrando, da lorsignori, art. 11, secondo il quale “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, né dell’art. 78, secondo il quale “le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”.
La necessità di un pronunciamento parlamentare, evidentemente finalizzata al controllo democratico su di una scelta a carattere fondamentale, viene aggirata dall’Avvocatura, i cui membri sono uomini di mondo e sanno come vanno le cose in realtà al di là delle fanfaluche delle leggi e della Costituzione, e in quanto tali si limitano a constatare che lo stato di guerra esiste, ovvero che l’Italia è in guerra e tanti saluti al diritto, interno o internazionale che sia.
Ancora più grave se possibile la circostanza che il sacrosanto diritto all’informazione relativa ai dati del traffico di armi e materiali d’armamento nel porto di Ravenna era stato invocato per verificare il ruolo dell’Italia nel sostegno materiale al genocidio del popolo palestinese e il rispetto della legge 185 del 19 luglio 1990 sul commercio internazionale degli armamenti. Tema sul quale, sia detto per inciso, l’atteggiamento della magistratura italiana (e non solo purtroppo quello delle avvocature varie) è stato finora del tutto inadeguato e incompatibile con gli standard dettati sia dalla Costituzione sia del diritto internazionale, in particolare sub specie della Convenzione internazionale delle Nazioni Unite contro il genocidio.
Le sconfortanti frasette su riportate dell’Avvocatura dello Stato costituiscono quindi una testimonianza sconvolgente del degrado dello Stato di diritto in Italia. Paese ormai popolato da rane lessate ormai quasi del tutto, anche per effetto del cambiamento climatico che è anch’essa grave responsabilità dei governi, e specie di quelli occidentali. Rane lessate che stanno per essere scaraventate nella padella per la successiva fase della friggitura. Sempre e comunque al vile servizio di Netanyahu, che ha finora massacrato quasi ottantamila fra palestinesi e libanesi, di Trump, che ha aggredito Venezuela e Iran e decretato il blocco assassino di Cuba e dei folli governi europei che vaneggiano il riarmo per lo scontro frontale con la Russia.
Il tutto con la benedizione dell’Avvocatura dello Stato, i cui esponenti, anziché applicare le leggi e la Costituzione, sulla quale pure avrebbero dovuto giurare, si improvvisano strateghi geopolitici e storici contemporanei per la gioia di Meloni, Crosetto, Tajani, Gentiloni & C. Così la “patria del diritto”, ridotta davvero a poca e miserabile cosa, scivola davvero nel baratro della guerra mondiale. Fermiamoli!
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