Scuole al freddo, il CNDDU: basta soluzioni tampone, servono interventi strutturali

Non si tratta più di episodi isolati o di conseguenze prevedibili del clima invernale. Il disagio termico nelle scuole si conferma un fenomeno diffuso, con implicazioni che vanno oltre il semplice fastidio. L’inadeguatezza delle strutture scolastiche, in particolare per quanto riguarda il riscaldamento, ha effetti diretti sul diritto allo studio e sulla salute di chi vive quotidianamente gli ambienti scolastici.
Le segnalazioni sono continue. Molte aule restano sotto i 18 gradi, i termosifoni sono spenti o accesi all’ultimo minuto, gli impianti vecchi e malmessi. I ragazzi restano seduti con cappotti e sciarpe. A volte si anticipa l’uscita, si riduce l’orario, si sciopera o si decide di non entrare in classe.
Numeri e geografia del disagio
Secondo un’indagine di Skuola.net, otto studenti su dieci hanno avuto freddo al rientro dopo le vacanze natalizie. Le testimonianze arrivano da varie regioni, senza distinzioni nette tra nord e sud: Lazio, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia. A fare la differenza è spesso lo stato dell’edificio scolastico e il livello di manutenzione che riceve. Ne risulta una mappa frammentata dell’accesso al diritto allo studio, dove le condizioni materiali determinano l’effettiva possibilità di frequentare in modo dignitoso.
Una sicurezza che deve essere reale
La definizione di “sicurezza scolastica” – ricorda il CNDDU – si limita troppo spesso alla conformità formale o alla normativa antisismica. Ma vivere la scuola significa anche respirare aria pulita, restare in un ambiente asciutto, stare seduti senza tremare dal freddo. Una sicurezza vera è quella che si percepisce e si verifica giorno per giorno, non quella che si dichiara in un documento.
Nel frattempo, cresce l’abitudine al disagio. Agli studenti si chiede di adattarsi, di resistere. Si normalizza la disfunzione. Ma non è resilienza: è una forma di disuguaglianza che incide sul benessere, sull’apprendimento e sulla salute, specialmente nei mesi più freddi. Le proteste studentesche ne sono un segnale chiaro.
Dalla gestione dell’emergenza alla pianificazione
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) avanza una richiesta esplicita: abbandonare la logica dell’intervento tardivo. Spegnere il riscaldamento per risparmiare, rinviare la manutenzione, accendere gli impianti all’ultimo momento sono pratiche che ricadono su studenti e personale.
Serve invece una programmazione attenta e trasparente, che preveda:
- verifiche obbligatorie degli impianti prima dell’inizio delle lezioni e dopo ogni pausa lunga;
- manutenzione regolare, non basata sull’urgenza;
- comunicazioni chiare e puntuali verso le famiglie e le comunità scolastiche;
- investimenti stabili nell’efficienza energetica e nell’ammodernamento degli edifici.
Il clima come parametro di vivibilità
Il CNDDU chiede che venga riconosciuto esplicitamente: la sicurezza scolastica riguarda anche il clima interno. Le temperature minime previste dalla normativa devono essere rispettate sempre, senza margini di discrezionalità. In caso contrario, è necessario prevedere risposte immediate, coordinate e non delegate alla singola scuola o alle famiglie.
Una funzione pubblica da tutelare
Il freddo, come ogni inverno, finirà. Ma se non si interviene adesso, tornerà insieme ai disagi. A rischio non c’è solo il comfort, ma la fiducia stessa nel sistema scolastico. Quando una scuola non riesce a garantire condizioni accettabili, non è solo un edificio a mancare il proprio compito. A mancare è l’idea stessa di un servizio pubblico che funziona. Per questo il CNDDU ribadisce il proprio impegno: continuare a monitorare, raccogliere voci, sollecitare risposte. Perché il diritto allo studio, se non è garantito ogni giorno, rischia di restare solo sulla carta.
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