Piemonte

Sciopero nella fabbrica dove un lavoratore è stato schiacciato da un armadio: “Vogliamo la verità”

“Vogliamo far capire all’azienda che Francesco non è da solo: non permetteremo che venga infangata la sua memoria”. Dalle otto di questa mattina ognuno dei sessanta impiegati, chimici e operai dello stabilimento Greenthesis di Orbassano ha incrociato le braccia per due ore. Uno sciopero, indetto dalla Rsu aziendale e da Filctem Cgil di Torino, per chiedere non solo più sicurezza, ma anche verità. Perché sulla morte di Francesco Procopio, l’operaio rimasto schiacciato da un armadio blindato lunedì scorso, sono state date diverse versioni, alcune delle quali vengono ora contestate da chi lì dentro ci lavora.

Quella mattina, qualche ora dopo la tragedia, l’azienda aveva radunato tutti i dipendenti e aveva chiesto loro di non parlare con la stampa; poi aveva dichiarato che l’area in cui Francesco è morto era da tempo in disuso, inaccessibile. “Hanno cercato di spostare su di lui la responsabilità – dicono – ma da tempo in quel capannone entrava chiunque. Di certo anche lui era lì per motivi di lavoro, forse per cercare dei documenti”.

Perché è vero che in passato c’era un grosso lucchetto a impedire l’ingresso nel fabbricato, ma da qualche mese la zona era stata riaperta e sembra che l’intenzione fosse di svuotarla per adibirla ad altro uso. Per anni era diventata una sorta di magazzino in cui stipare di tutto, incluso quell’armadio blindato. Qualcuno lo aveva piazzato lì da tempo, forse anche vent’anni, e lo aveva appoggiato sopra quattro piccoli supporti di legno, probabilmente per consentire di spostarlo più facilmente in futuro con un carrello. Ma quell’armadio di diverse centinaia di chili, non ancorato al muro e con un supporto insufficiente a terra, alle 9 di mattina del 31 marzo è precipitato senza lasciare scampo all’operaio di 58 anni.

“Poteva accadere a chiunque di noi. Lo dimostra il fatto che a trovare Francesco, un’ora dopo, è stato un manutentore, andato lì per motivi di lavoro”, dicono i colleghi. Per diversi minuti alcuni di loro hanno tentato di rianimare Procopio, che tuttavia con ogni probabilità era morto sul colpo. L’ambulanza è arrivata poco dopo, ma i soccorritori non potendo fare nulla sono andati via in fretta. “Però la moglie, Monica, è stata chiamata dall’azienda solo ore dopo – denuncia la nipote –. Non le hanno nemmeno detto che Francesco era morto, solo che aveva avuto un incidente”.

Secondo i fratelli accorsi quella mattina, Pietro e Rosario, l’armadio sarebbe caduto ancor prima che Procopio tentasse di aprirlo, perché a terra, accanto al corpo, non hanno visto documenti sparsi: “Mio zio non si sarebbe mai messo in pericolo. Era una persona attenta a tutto, era lui che ci rimproverava quando ci mettevamo nei guai”. Adesso “la famiglia è distrutta – dice Pietro – Lui era il penultimo di dieci fratelli, ma era quello che faceva da mediatore. Non si può morire così, vogliamo chiarezza”.

A farla saranno i carabinieri e gli ispettori dello Spresal dell’Asl To3, a cui sono affidate le indagini. Ma da quanto emerge da alcuni racconti, di problemi di sicurezza l’azienda ne aveva già avuti parecchi in passato, due dei quali arrivati a processo. In un’occasione un operaio è stato violentemente colpito da un tubo utilizzato per aspirare dell’acqua da una vasca: tibia e perone fratturati. In un’altra, uno spurghista esterno all’azienda è stato investito da materiale acido fuoriuscito da un fusto.

Francesco Procopio, che da quasi 40 anni lavorava nello stabilimento ed era uno dei dipendenti storici, era incaricato proprio di vigilare sulla sicurezza in quanto Rsu per la Filctem Cgil e Rsl. “Abbiamo perso un collega e un amico. Era un punto di riferimento, ci rivolgevamo a lui anche per qualsiasi problema” dicono i colleghi. Uno si asciuga gli occhi lucidi: “Era una figura importante qui dentro, ora dobbiamo ripartire senza di lui. Ma il carisma che aveva non lo riconosco in nessun altro, è rimasto nel cuore di tutti noi”.


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