Economia

Santos Rosa (ceo Shell Italia): “Shock del Golfo crisi imprevedibile”


“È difficile prevedere la scala d’impatto della crisi del Golfo, perché non sappiamo che cosa succederà né quanto durerà questo shock”. È la premessa di João Santos Rosa, ceo di Shell Italia E&P e country chair di Shell in Italia, principale operatore estero nell’upstream oil & gas del Paese, con responsabilità su tutta la catena del valore: dall’esplorazione e produzione di idrocarburi alle attività downstream, rinnovabili, trading e storage.

“Sappiamo però che quando viene meno energia nel sistema, quell’energia deve essere sostituita”, prosegue. “Ma il sistema energetico globale non funziona come un insieme di valvole che si aprono e si chiudono a piacimento: i grandi equilibri del mercato si costruiscono in anni, spesso in decenni”. Equilibri che, al momento, sono sotto pressione. “Il sistema dispone di un certo buffer, un margine di assorbimento fatto di stoccaggi, capacità inutilizzata e riserve strategiche, incluse le scorte dell’Agenzia internazionale per l’energia”. Il punto, ammette Santos, è che “nessuno sa per quanto questo buffer sarà in grado di assorbire lo shock”.

L’Europa arriva a questa fase dopo la crisi del 2022. Da allora la diversificazione è diventata una priorità: l’uscita dal gas russo entro il 2027 ha accelerato decisioni e investimenti, riducendo una dipendenza che per anni era stata strutturale. Anche l’Italia si è mossa, rafforzando le connessioni via pipeline e aumentando la capacità di importazione di Gnl. “Da questo punto di vista il Paese ha fatto progressi”, osserva il manager. Ma resta un dato strutturale: “L’Italia importa oltre il 90% del petrolio e del gas che consuma. La diversificazione delle fonti diventa sempre più cruciale, e la produzione nazionale di idrocarburi resta un tema inevitabile”. Il paradosso italiano è che le risorse ci sono: “Parliamo di milioni di barili equivalenti tra petrolio e gas, distribuiti tra Basilicata, Adriatico e Sicilia: aree già oggetto di concessioni e altre ancora inesplorate”.

Il caso più emblematico è la Basilicata. A Val d’Agri e Tempa Rossa — progetti a cui Shell partecipa rispettivamente con il 39% accanto a Eni (61%) e il 25% insieme a TotalEnergies (50%) e Mitsui (25%) — le infrastrutture sono state progettate per livelli ben superiori agli attuali. “Val d’Agri per circa 120 mila barili al giorno, Tempa Rossa per circa 50 mila. Oggi produciamo meno della metà”, ammette Santos. La conseguenza è matematica: “Se non continui a investire e a sbloccare nuove risorse, la produzione cala in modo naturale del 15% l’anno”.

Le implicazioni sono anche sociali. Oggi circa 4.300 persone sono coinvolte tra occupazione diretta e indotto. Attorno all’oil&gas si sviluppa una filiera articolata — fornitori, servizi, manutenzione, produzione — che genera valore ben oltre il sito produttivo. “Il declino mette a rischio le opportunità di investimento, le royalties, le compensazioni ambientali e l’indotto sul territorio”, avverte Santos. Shell investe circa 400 milioni di euro l’anno in Italia insieme alle joint ventures. “Ma così non basta”, rilancia il ceo. “Per mantenere la produzione, e poi ottimizzarla, servono investimenti maggiori. L’industria potrebbe raddoppiarli o triplicarli, a patto che cambi il contesto”. I nodi restano autorizzazioni, tempi e regole certe. “È difficile pianificare investimenti capital intensive di lungo periodo in un sistema in cui le decisioni arrivano anche dopo dieci anni, o non arrivano affatto. In altri Paesi, come Norvegia o Stati Uniti, ottieni un’autorizzazione in sei mesi e produci in diciotto”.

Un “segnale positivo” arriva dal DL Energia, che introduce il Gas Release e “un primo intervento di razionalizzazione dei procedimenti autorizzativi”. Ma il rischio è che resti inefficace “senza una concreta attuazione ed effettiva accelerazione degli stessi”. “Procedure frammentate, passaggi multipli, competenze distribuite tra più enti: quello italiano è un sistema che non è stato progettato per sostenere uno sviluppo industriale”. Il Paese è davanti a un bivio. “Deve decidere se vuole o no la produzione nazionale. Se la risposta è positiva, deve costruire un sistema che dia risposte in tempi certi”.

A pesare è anche la stabilità fiscale. L’aumento dell’Irap previsto per il 2026 e 2027 introduce un ulteriore elemento di incertezza. “Il tema non è pagare più o meno tasse. È la prevedibilità. Gli investimenti si fanno su orizzonti di 10-20 anni. Se il quadro fiscale cambia, è un segnale di rischio”. Santos conclude: “Quando parlo con Londra dell’Italia, dico che qui ci sono operatori di classe mondiale, tecnologia, vantaggi competitivi reali. Ma anche un sistema amministrativo che rallenta tutto. Per la competitività del Paese, così come per questa industria, i veri nemici sono la burocrazia e i tempi”.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »