Società

Salute mentale, perché gli uomini faticano di più a parlarne (anche in famiglia)

Il 63% di chi rifiuta la psicoterapia è uomo, mentre le donne e le nuove generazioni tendono a percepire meno questo distacco, che per alcuni è un vero e proprio stigma. Questo è quanto era emerso dalla prima ricerca realizzata da BVA Doxa, prima società di ricerche di mercato in Italia, e Serenis, piattaforma digitale per il benessere mentale e centro medico autorizzato. Le due realtà sono tornate sul punto a distanza di sei mesi.

Per fotografare, in modo costante e aggiornato lo stato della salute mentale in Italia, la seconda ricerca svolta appena lo scorso febbraio ha preso in esame oltre 878 rispondenti di età compresa tra i 18 e i 54 anni, uomini e donne, distribuiti su tutto il territorio nazionale. Ciò che emerge nella nuova indagine è che, nonostante ci sia un’attenzione positiva e stabile verso la psicoterapia, sei persone su dieci non parlano di salute mentale, neanche ad amici o familiari. Infatti, alla domanda «Ti capita mai di parlare con qualcuno di benessere mentale?» il 57% afferma di non farlo mai o quasi mai.

Non solo. Analizzando le risposte nel dettaglio, gli uomini si confermano i più restii ad affrontare l’argomento, insieme alla fascia di popolazione dai 45 ai 54 anni. Solo il 21% dei rispondenti, infatti, si apre con i propri familiari su questi temi. Una distanza schiacciante, frutto di paure, pregiudizi e rigidità.

Quali sono i freni che impediscono di parlare di benessere mentale? Perché l’ostacolo più grande è la famiglia? La psicoterapeuta Martina Migliore, direttrice formazione e sviluppo di Serenis, ha risposto a queste e ad altre domande con l’obiettivo di individuare i fattori socio culturali che danno vita a tale rigetto.

Serenis specifica che nell’indagine si parla di «donne» e «uomini» per semplicità ma che per la piattaforma non è ciò a determinare l’identità di genere, né tantomeno questa dicotomia binaria può rappresentare l’intera sfera di analisi: si tratta quindi di una semplificazione con dei limiti «ma che ci aiuta a prendere consapevolezza di alcune dinamiche per poterle guardare da più vicino» spiega una nota.

Parlare di benessere mentale è ancora un tabù, soprattutto per gli uomini e in famiglia

Secondo la ricerca, solo il 15% degli uomini si confida con gli amici. All’interno della coppia, invece, è quasi sempre la donna che, nel 35% dei casi, è più aperta e incline a parlare di benessere mentale mentre gli uomini lo fanno solo nel 26% dei casi. «Nella nostra società, nonostante ci siano stati nel tempo grandi cambiamenti che hanno portato all’evoluzione di una maggiore intelligenza emotiva, l’uomo, a volte, è ancora legato a una tematica di virilità tossica, la quale porta a nascondere la fragilità e le emozioni per paura di essere giudicato “meno uomo” agli occhi della società e soprattutto della propria famiglia – spiega Migliore – molti di loro vengono ancora cresciuti nel mito del problem solving a ogni costo e della pragmatica forzata, per cui le riflessioni sui propri stati emotivi e la sofferenza non sono percepite “utili”, ma solo fastidiose o segnali di inadeguatezza».

Un dato decisamente sorprendente riguarda invece il rapporto con i familiari più stretti. Il rapporto rivela che tra le mura di casa, infatti, si tende a evitare di parlare di benessere mentale. Le donne, ad esempio, nonostante si aprano nel 49% dei casi con una persona con cui sono in confidenza, solo in minima parte lo fanno con i propri familiari (28%). Sono dati che colpiscono, dal momento che con i propri familiari dovremmo sentirci al sicuro e in grado di poter condividere ogni genere di emozione, per quanto complessa. «Può sembrare strano che si tenda ad aprirsi più verso l’esterno, addirittura solo attraverso i commenti sui social, piuttosto che con i propri familiari – commenta l’esperta – credo ci sia un bias di base importante: diamo troppo spesso per scontato che la famiglia sia il “luogo sicuro”, sia affettivamente che relazionalmente, ma in moltissimi casi non è così. In famiglia si possono perpetuare nel tempo antichi conflitti mai risolti, percezioni di esclusione che alimentano la sensazione di poter essere fortemente giudicati o peggio esclusi nel caso in cui non si rispetti uno standard ipotizzato. La poca comunicazione in questo caso alimenta il circolo vizioso perché, in assenza di chiarimento, gli standard vengono creati autonomamente e non c’è mai la possibilità di correggerli».

Chi si dimostra più aperto nei confronti della terapia ne parla con più frequenza

Dalla ricerca condotta da BVA Doxa risulta infine che i freni che impediscono di parlare di benessere mentale sembrano essere legati alla stigmatizzazione percepita dal singolo individuo nei confronti di un percorso di terapia. Tuttavia, non tutti i rispondenti associano la psicoterapia a qualcosa di negativo: secondo l’indagine, infatti, sono le donne e i giovani della GenZ a mostrare maggior apertura nei confronti del benessere mentale e ad affrontare gli argomenti ad esso correlati con più frequenza e tranquillità. «Molta strada è stata fatta in termini di consapevolezza psicologica e di intelligenza emotiva. Ma ancora molta ne abbiamo davanti, perché si tratta di ristrutturare completamente delle credenze molto antiche, sulle quali si basano molti equilibri sia relazionali e sia lavorativi della nostra società – conclude la direttrice formazione e sviluppo di Serenis – la GenZ è sempre più richiedente, giustamente, di nuovi standard emotivi che rispettino l’individuo nella sua interezza, comprese le sue difficoltà, e le donne per cultura precedente sono sempre più disponibili a questo tipo di apertura. La vera sfida sarà quella di smettere di fare una distinzione tra sessi, in termini di fragilità, emozioni e sofferenza, iniziando a considerare davvero una sola categoria: quella dell’essere umano».

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