Sal Da Vinci a Sanremo 2026: «Non sono nato con Rossetto e caffé. Faccio questo mestiere da 50 anni, guidato dalla passione e non dalle ville al mare»
Ovviamente siamo nel territorio del neomelodico. «Che poi che vuol dire neomelodico?», chiede lo stesso Sal Da Vinci, all’anagrafe Salvatore Michael Sorrentino. «Per alcuni è sinonimo di passione, struggimento, forte sentimento. Poi c’è chi vuole ghettizzare il genere, usarlo per indicare l’essere di Napoli, e non me ne capacito. Io sono neomelodico nella prima accezione e sono fiero di esserlo. Ho scritto per Ornella Vanoni e ho duettato con lei. Ho fatto un album con Renato Zero. Mi sono esibito con Ana Carolina. Ho collaborato con Gaetano Curreri e con il grande Pasquale Panella, che ha firmato Don Giovanni di Lucio Battisti e Vattene amore con il verso “Trottolino Amoroso / Dudu dadadà”. Quelli con la penna magica si sono messi a lavorare con un neomelodico come me. Non esiste musica di serie A e di serie B».
«Non sono nato l’altro giorno con Rossetto e caffé. Sono 50 anni che faccio questo mestiere. Ho sempre faticato e noi che veniamo dal Sud dobbiamo faticare un po’ di più. Sono sempre stato guidato dalla passione, non dalle ville al mare. All’inizio recitavo e basta. Fino all’adolescenza non ho mai cantato, ho canticchiato. Poi un giorno, James Sanese (leggendario sassofonista e colonna del Neapolitan Power, ndr) scrisse un pezzo per me. Fu l’inizio di tutto. Successivamente, decisi di usare la mia voce per i miei brani. È stata una lunga gavetta, fatta di più cadute che di risalite. Quando è arrivata la canzone Rossetto e caffè, venivo da un periodo di musical e tornavo sul mercato della musica dopo tre anni e mezzo: avevo un po’ il terrore di passare inosservato. Me la sono autoprodotta. Dopo una settimana mi sembrava non stesse funzionano. Poi invece ha cominciato a crescere e mi hanno chiamato per dirmi che era Disco d’oro (successivamente è stata certificata doppio Disco di Platino, ndr). La generazione Z ha portato in alto il brano. Non sapevo che TikTok fosse collegato a Spotify: è un sistema nuovo per me, bello e fascinoso. L’effetto dirompente che fanno i numeri importanti, a cui non ho mai pensato, sorprende: mi stupisco ancora oggi se un bambino si avvicina e conosce il mio pezzo. Questo successo ha “riesumato” tanti amici e partenti, sono vero e sincero».
Tornando al Festival: «Mi ci portò mio padre nel 1984, Al Bano e Romina Power cantavano Ci sarà e promisi che sarei arrivato lì. Sanremo è la festa popolare della musica italiana per eccellenza ed è una ricompensa per le battaglie che ho sostenuto per farmi spazio e conoscere da chi non mi conosceva. Tengo tre minuti per entrare nel cuore e nelle case delle persone: sono loro che decidono, un agglomerato di anime, ciascuna con le sue verità. La cover? Cinque giorni di Zarrillo, come i cinque giorni all’Ariston. Con Michele ho condiviso un tour negli Stati Uniti, lui ha tante canzoni bellissime e una voce altrettanto».
Source link




