SAD: Tra beat selvaggi e mura domestiche :: Le Recensioni di OndaRock
Il tempo passa, le mode si rincorrono, qualsiasi hype finisce con l’affievolirsi e probabilmente non potrebbe essere altrimenti. Ma chi riesce a sopravvivere, può godere del dono della prospettiva e soprattutto del privilegio dell’evoluzione. Dalla discoteca al ruolo di genitore, e dalla console al microfono, dissezionando un’identità queer non più terrorizzante ma anzi pronta ad assorbire le incertezze del futuro: il recente spaccato di vita di Sara Abdel-Hamid, in arte Ikonika, è stato teatro di tutti quei piccoli grandi cambiamenti che accompagnano l’età adulta. Guai però ad arrendersi; tra telegrafico intimismo lirico e un limpido uso della materia digitale, “SAD”, quinto album di studio ancora sotto l’egidia Hyperdub, riflette il percorso di un’artista sempre in movimento.
L’aspetto che per primo cattura all’ascolto è puramente ritmico: footwork, dancehall, amapiano, bass e Uk-garage, stesi uno sopra l’altro come i tanti strati di pasta e burro di un croissant, per creare un denso drumming digitale che avanza imperterrito lungo le dieci tracce del lavoro. Impacchetati nel mezzo del mix, ulteriori strati di tastiere completano scale mediorientali e ostinati synth wave, accorciando il respiro con ogni battuta. Ma stavolta è Ikonika in persona a impugnare il microfono, con voce nuda e solitaria, talvolta incidentale, ricordando colleghe quali Tirzah, Raisa K e Loraine James. Con mano da disc-jockey e penna da cantautorato elettronico, “SAD” si muove in quella terra di mezzo tra tensione emotiva e collasso post-rave.
Passano dunque in rassegna brani intensi e accattivanti, come l’apertura di “Listen To Your Heart”, appena sussurrato sopra un grigio panorama urbano, o “Gone”, questo oscuro e incalzante come il broncio di Alewya per assorbire la delusione di una relazione passata. Le radici per metà egiziane di Ikonika si riscontrano nella densa propulsione di “Take Control”, mentre sulle fluttuanti “Slow Burn” e “Sense Seeker”, quest’ultima aiutata dal produttore grime olandese JLSXND7RS, sembra rivivere la sua altra metà d’origine asiatica, filippina per la precisione, grazie a un denso tambureggiare ambient-techno che non sarebbe fuori posto nel catalogo More Rice. Sono insomma le sottigliezze produttive di un album ormai emotivamente lontano dall’ossuto dubstep di “Contact, Love, Want, Have” e “Aerotropolis” e annesse copertine dalla geometria severa; al suo posto, spiccano lo spiritoso globalismo alla Amaarae di “Whatchureallywant” e una “Activate” che gioca di sottrazione con i queer beats del baile funk brasiliano.
In fondo alla scaletta, due ospiti d’eccezione arricchiscono la dialettica del lavoro. SHE Spells Doom, nome d’arte di Wamya Tembo dallo Zambia, contribuisce ulteriori strati di ritmo e blip africani su “Drum 1 (Take It)”, risultando in un brano alquanto minimale ma al contempo pervaso da una ruvida eccitazione prossima al gqom. La scrittrice turco-cipriota Tice Cin, invece, ha collaborato con Ikonika alla stesura di “Make It Better”, un dialogo a due voci sopra panorami di cemento armato, perfetto per raccontare i mondi in collisione di lontane eredità culturali irrimediabilmente mescolate nel grande calderone della Londra contemporanea.
Perché, più di ogni altra cosa, “SAD” è un album profondamente umano, un ascolto denso ma caloroso, che a momenti ringhia sotto macchinari digitali, salvo poi distendersi con amorevole morbidezza sopra tastiere sospese a mezz’aria. A quindici anni dal debutto, Ikonika dimostra che ci sono ancora strade da percorrere nell’elettronica contemporanea, anche calmando i bollenti spiriti delle piste da ballo che furono in favore di una maturità più cauta e domestica.
01/12/2025




