Cultura

Runnner – A Welcome Kind Of Weakness

Dopo due anni e mezzo dall’uscita del suo debutto full-lenght, “Like Dying Stars, We’re Reaching Out“, a fine agosto Runnner ha pubblicato questo nuovo LP.

Credit: Maya Ragazzo

La press-release ci spiega che “A Welcome Kind of Weakness” è emerso da uno strappo simultaneo nel corpo e nella vita di Noah Weinman, titolare del progetto. Scritto durante mesi di degenza a letto e di recupero da una lacerazione del tendine d’achille, a cui si è aggiunto il drastico sconvolgimento di una rottura, l’album si sente definito dal cambiamento e, giustamente, il suono di Runnner ha subito un drastico cambiamento sonoro per accompagnarlo. Rinunciando al crepitio casalingo dei suoi lavori precedenti per un suono widescreen che ricorda il boom dell’indie rock dei primi anni duemila, l’esplosione hi-fi di “A Welcome Kind of Weakness” conferisce al songwriting di Weinman una nuova immediatezza senza sacrificare l’intimità del suo materiale precedente.

Dopo il breve intro strumentale “A Welcome” (poco più di trenta secondi), ecco “Achilles And” che ci introduce verso il nuovo mondo del musicista di stanza a Los Angeles: caratterizzata da vocals riflessivi, passionali e teneri, seppur dolci-amari, la canzone si distingue per le sue gustose chitarre indie-rock e per un drumming gentile, che disegnano ottime melodie.

Davvero molto interessanti gli spunti di “PVD”, che si muove tra spazi noisy e decisamente cupi, prima di lasciare a un folle sax la libertà di agire, aggiungendo perfino toni dai sapori jazzy prima di chiudersi in qualcosa di dreamy (il tutto in meno di tre minuti).

Non possiamo dimenticare di citare anche “Chamomile” che ci grazia con la sua bellezza e con quei suoi toni folk oltre che con le sue ottime sensazioni melodiche e con la tranquillità dei suoi panorami sonori.

“Sublets” apre in modo gentile con piano, synth e chitarra acustica e poi si evolve e cresce, lasciando spazio ad assoli di chitarra elettrica, prima di ritornare a quei toni coperti da un velo di malinconia che caratterizzano il pezzo.

“Spackle”, invece, è dolorosa ed è descritta con la chitarra e qualche leggero tocco elettronico (soprattutto nella sua parte finale): la sua atmosfera e anche il tono vocale di Noah ci potrebbero ricordare Thom Yorke nelle primissime cose dei Radiohead.

Se andiamo a riascoltare il suo debutto, è piuttosto evidente come Weinmann sia cambiato e maturato, passando da qualcosa di più intimo e folky a toni indie-rock decisamente più intensi: un evoluzione importante e senza dubbio da continuare a seguire.


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