Rubio fissa la linea Usa sull’Iran: guerra breve e Vance pronto a trattare con Teheran
Gli Stati Uniti prevedono che le loro operazioni militari contro l’Iran si concluderanno “entro settimane, non mesi” e che Washington può raggiungere i suoi obiettivi senza impiegare truppe di terra. A dirlo nel corso di una conversazione con i giornalisti è il segretario di Stato Usa Marco Rubio che ieri ha incontrato i partner del G7 in Francia. Le dichiarazioni del massimo rappresentante della diplomazia americana sembrano essere in linea, almeno in parte, con alcune recenti esternazioni del presidente Donald Trump che, nonostante la decisione di dispiegare ulteriori truppe in Medio Oriente, ha più volte evocato l’avvio di negoziati con Teheran.
Il segnale di Trump
È in quest’ottica che sembrerebbe inquadrarsi la febbrile attività dietro le quinte del Pakistan e di altri Paesi della regione mediorientale volta a portare l’Iran al tavolo delle trattative e, soprattutto, l’ingresso di J.D. Vance nella squadra diplomatica di Trump. Come riporta Axios, il vicepresidente americano, potenziale candidato alle presidenziali del 2028, si prepara infatti a guidare gli sforzi degli Stati Uniti per porre fine ad una guerra su cui, fin dall’inizio, ha espresso forti riserve. Il numero due della Casa Bianca avrebbe già avuto diverse conversazioni telefoniche con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e avrebbe incontrato gli alleati del Golfo per discutere del conflitto. L’ex senatore dell’Ohio, che potrebbe dunque essere il principale negoziatore statunitense nei colloqui di pace, sarebbe stato anche coinvolto in comunicazioni “indirette” con gli iraniani.
Secondo funzionari del governo americano, l’importanza del ruolo di Vance all’interno dell’amministrazione repubblicana e la sua opposizione alle guerre all’estero di Washington lo rendono un interlocutore più “appetibile” per gli iraniani rispetto all’inviato speciale del presidente Steve Witkoff e a suo genero Jared Kushner, i due negoziatori che hanno gestito il dialogo con Teheran sino a poche ore prima dell’avvio dell’operazione Epic Fury. Anche per tali motivi, lo stesso Witkoff avrebbe raccomandato Vance come capo negoziatore. Una fonte di alto livello dell’amministrazione Usa ha dichiarato ad Axios che “se gli iraniani non riescono a raggiungere un accordo con Vance, non lo otterranno. È il meglio che possano ottenere”.
Lo scorso fine settimana, nel corso di uno scambio indiretto di messaggi con Teheran, la Casa Bianca ha fatto trapelate la possibilità che Vance guidi la delegazione Usa ai colloqui di pace. L’amministrazione repubblicana avrebbe chiesto ai mediatori pakistani, egiziani e turchi di riferire agli iraniani che tale nomina sarebbe la prova della serietà dell’iniziativa di The Donald. Il vice del tycoon, sottolinea una fonte a lui vicina, “ha le sue idee ma lavorerà seguendo le istruzioni di Trump e cercherà di raggiungere un risultato che piaccia al presidente”.
Un vero e proprio intrigo starebbe però caratterizzando l’ingresso di Vance nella partita diplomatica. Lunedì scorso l’ex senatore avrebbe avuto una “telefonata difficile” con Netanyahu durante la quale il vicepresidente americano avrebbe menzionato le rosee previsioni, in particolare sulle prospettive di una rivolta popolare all’interno dell’Iran, esposte dal premier israeliano alla vigilia della guerra. Una visione che avrebbe convinto Trump, ma non il suo vice, ad agire contro il regime degli ayatollah. Il giorno dopo il colloquio telefonico un giornale israeliano di estrema destra ha riportato che Vance avrebbe alzato la voce sulle violenze dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania. L’indiscrezione in questione, forse volta a screditare il ruolo del repubblicano, è stata smentita da fonti di Washington e dello Stato ebraico ma un insider consultato da Axios avrebbe espresso il sospetto che gli israeliani abbiano un certo interesse a far emergere una possibile propensione da parte del vicepresidente a scendere a compromessi con il regime islamico per chiudere il conflitto.
Il ruolo di Islamabad
Le mosse americane si inseriscono in un sentiero diplomatico facilitato dall’incessante mediazione del Pakistan. Ishaq Dar, il ministro degli Esteri di Islamabad, ha confermato sul social X che i leader pakistani, vicini sia a Trump che al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, starebbero passando messaggi tra i due Paesi. Il New York Times riferisce della fitta rete diplomatica intrecciata dalle autorità locali attraverso numerose telefonate. Il capo di Stato maggiore del Pakistan Asim Munir, che è stato ricevuto alla Casa Bianca lo scorso anno e godrebbe della stima del presidente Usa, si starebbe concentrando proprio sul tycoon. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il suo ministro degli Esteri avrebbero invece telefonato solo nell’ultima settimana ad almeno 20 leader mondiali, tra cui il principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
Negli ultimi giorni i media internazionali hanno riportato che il Pakistan, il secondo Paese per popolazione sciita dopo l’Iran, potrebbe ospitare, ad Islamabad, i colloqui diplomatici per la fine del conflitto.
Ufficialmente, per il momento, le autorità del Paese hanno ridimensionato la prospettiva di colloqui imminenti tra Washington e Teheran. In forma anonima, attraverso il New York Times, un alto funzionario pakistano ha fatto comunque sapere che, oltre al Pakistan, i colloqui di pace potrebbero svolgersi anche in Turchia o in Egitto.
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