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Rischio di involuzione democratica con la riforma. Il fine è il riassetto tra poteri

“Il fine politico di imbrigliare l’azione del pm attraverso la separazione delle carriere, attraendolo inevitabilmente nella sfera dell’esecutivo, se non direttamente, attraverso il raccordo con la maggioranza parlamentare, è questione di tempo e appare ineluttabile, di qui il dovere di denunciare il concreto rischio di una involuzione della stessa democrazia”. È l’allarme lanciato da Enrico Zucca, procuratore generale di Genova, durante la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario 2026. Un monito duro, quello del procuratore generale ligure, contenuto all’interno di un ragionamento molto articolato, che prende le mosse da una sentenza della Grande Camera della Corte di Strasburgo (Danilet contro Romania), che ha ribadito il “diritto di intervento” dei giudici nel discorso pubblico, su temi che riguardano la politica giudiziaria, “anche laddove il contesto storico politico o legale di un dibattito ha impegnative implicazioni politiche”. Un diritto che per chi riveste “posizioni apicali” è “anche un dovere di intervento”, a “difesa del sistema della giustizia”.

Un intervento applauditissimo, quello di Zucca, accolto da una sala gremita di magistrati, incentrato in larga parte sui rischi legati alla “riforma della magistratura”, “coperta dalla foglia di fico della separazione delle carriere”: “Mai nella storia delle riforme sono state avanzate e realizzate proposte di tale vasta portata sulla scorta di così fragili e ambigue evidenze (…) La riforma ha evidentemente altri fini, che non sono quelli della inutile e indimostrata inerenza alla struttura del processo accusatorio. Il fine ormai dichiarato è il riassetto dei confini tra i poteri con la riduzione della autonomia e indipendenza della magistratura. Lungi dal ritenere fisiologico il conflitto tra poteri in cui l’uno guarda e si difende dallo sconfinamento dell’altro, lo si vuole eliminare, per riaffermare la predominanza dell’assetto governativo parlamentare, con l’ausilio di collaterali e più importanti riforme costituzionali dirette all’accentramento del potere per derivazione plebiscitaria. Terreni già percorsi in altri Paesi in cui si riconosce la deriva autoritaria, il primo passo essendo stato la accresciute ingerenza nella scelta dei giudici anche attraverso la modifica degli organismi di autogoverno”.

Enrico Zucca invita a ragionare sui grandi problemi che affliggono la giustizia in Paesi che hanno abbracciato riforme simili a quella discussione in Italia. Un esempio è l’Inghilterra, spiega il magistrato, “un sistema che ha azione discrezionale, giudici ben separati dagli inquirenti”, e che però soffre comunque di processi lumaca, figli di “pluriennali mancanze di investimenti e quindi di risorse disponibili”: “E’ pertanto illusorio pensare che soltanto con migliore organizzazione a parità di risorse possano realizzarsi obiettivi di maggiore efficienza del servizio, specie in un sistema come il nostro fra i più complicati”.

Portare fuori il pm dalla cultura della giurisdizione, avverte Zucca, rischia di “scalfire quello che rimane l’obiettivo del processo penale, secondo la nostra tradizione storica e cioè l’accertamento dei fatti alla base della dichiarazione della responsabilità” e di fomentare “un’ottica agonistica nella fase inquirente”, che nei sistemi accusatori “è la radice degli errori giudiziari”.

Come in tutti i distretti in Italia, anche da Genova viene ribadito come il principale problema della giustizia sia la mancanza di investimenti adeguati: “Questo sistema, privo di adeguate risorse, non solo materiali, dalla tecnologia alla logistica, ma soprattutto personali, il tasso di scopertura degli uffici amministrativi raggiunge punte del 40%, una situazione che è parimenti evidente nelle forze dell’ordine, si regge dunque sullo straordinario lavoro e sul sacrificio di tutto il personale senza eccezioni. Notiamo come nessuna riforma organica è mai stata adottata, né concepita, per affrontare in radice le criticità del sistema processuale, che non possono essere risolte continuando ad agitare feticci ideologici tra modelli irreali definiti come accusatori o inquisitori. Tutti i sistemi penali sono ingolfati, è bene rendersene conto, senza l’alibi comodo della ricerca del colpevole, qui, vedremo, la magistratura”.

Parte dell’intervento di Zucca è stato dedicato all’emergenza del sovraffollamento carcerario: “Il ricorso alla carcerazione si concentra, moltiplicando diseguaglianze, su persone spesso sofferenti psichiatricamente, affette da dipendenza, con marginalità sociale. Una tendenza che sembra disegnare il mero contenimento della cosiddetta classe criminale, per evocare il termine in uso nell’Inghilterra vittoriana. Le discariche sociali. Sono impostazioni di sistema, cui non possono ovviare l’impegno e la dedizione che ho riscontrato nelle direzioni degli istituti”.

Prima di essere nominato come magistrato inquirente più importante della Liguria, Zucca è stato un pm, tra i più i noti in Italia, che ha legato il suo nome ad alcune grandi inchieste, come quelle sul serial killer Donato Bilancia e sulle violenze alla Diaz durante il G8 del 2001. L’ombra del summit riaffiora anche nel discorso tenuto oggi: “Quest’anno segna la ricorrenza del venticinquennale del G8 di Genova 2001. Il diritto alla libertà di manifestazione in quei giorni si è trovato sopraffatto da una repressione in reazione a degenerazioni violente, ma minoritarie, una repressione che è stata stigmatizzata come la più grave violazione di diritti umani in una società democratica occidentale dal dopoguerra (…) Sul G8 non possono esserci ambiguità: si è trattato di una infamia e una aberrazione, le cose vanno viste come sono, senza veli di sorta. Negando questa premessa, è inutile discutere”. L’anniversario è un’occasione per mettere in guardia su possibili derive legate all’“impunità” degli agenti, già sanzionata dal Consiglio d’Europa, e ai rischi connessi ai decreti approvati (o in corso di approvazione in approvazione) dal governo in tema di sicurezza: “Non possiamo illuderci che, come nelle tendenze ispiratrici di ulteriori riforme in tema di sicurezza, l’ordine pubblico debba avere come postulati l’uso della coercizione e del contrasto militare, con garanzie di immunità funzionali di varia specie”.

“Sono certo – conclude Zucca – che le nostre istituzioni, la nostra polizia siano oggi in grado, proprio a causa di quel passato, di compiere scelte diverse e di capire che non si serve lo Stato, se si tradisce la legge. E’ un cammino che le istituzioni tutte debbono compiere insieme”.


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