Riprendiamoci la notte. La passeggiata dei ragazzi che aiutano chi è finito ai margini
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Le ragazze e i ragazzi cominciano ad arrivare verso le sette di sera. Sono una trentina in tutto. Ridono e scherzano attorno ad un tavolo dove qualcuno, arrivato un po’ prima, ha preparato un piatto caldo rigorosamente vegano. Tre giovani mescolano un pentolone caldo da cui si leva l’aroma di un té abbondantemente zuccherato e lo travasano con attenzione nei termos. Altre riempiono i portabagagli delle auto con coperte, scarpe, abiti invernali, scatole di biscotti e merendine, fazzoletti, assorbenti.
Alle otto sono tutti pronti per partire. Laura Fontolan, una delle coordinatrici del progetto con Sebastiano Bergamaschi, dà le ultime istruzioni mentre indossano le pettorine nere identificative con le strisce catarifrangenti. “Mi raccomando di evitare qualsiasi situazione di pericolo. Niente iniziative personali. Non abbiamo bisogno di eroi. Ascoltate tutti col massimo rispetto che si deve alle persone e parlate con tutti coloro che vogliono parlare con voi ma non fate promesse che non possiamo mantenere”. Quindi mi sussurra: “E’ bene ripeterlo in tutte le uscite. C’è sempre qualcuno di nuovo e la tentazione di fare i supereroi cercando di risolvere situazioni che non sono alla nostra portata è sempre forte”.
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Laura assegna i quartieri di competenza ai vari gruppi, un ultimo saluto, l’invito, concluso il giro, a ritornare in sede per un report finale, e si parte.
Siamo al centro sociale Rivolta di Marghera e questo copione si ripete ogni freddo mercoledì invernale che dio manda in terra. Loro sono le ragazze e i ragazzi di “Riprendiamoci la notte”, per lo più attivisti del Rivolta e del Pandora. Il loro obiettivo – e questo sì che è davvero da supereroi! – è quello di abbattere i muri. Quei muri di paura, indifferenza, odio e ignoranza che separano la città “sicura”, la città dei benestanti, da quanti vivono ai margini, nascosti in quelle stradine laterali dove è sconsigliato transitare di notte, accampati su un pezzo di cartone, sotto un lampione o una tettoia sgangherata, esclusi da ogni speranza di benessere.
Il progetto è nato dagli amici di Giacomo “Jack” Gobbato, il giovane attivista del Rivolta accoltellato nella notte del 20 settembre 2024 mentre difendeva una donna da una aggressione. Sebastiano, che era con Jack in quella tragica notte e rimasto ferito nella colluttazione, spiega: “Qualcuno ci ha accusato di aiutare quella stessa umanità che ha partorito l’assassino di Jack ma noi sappiamo che la risposta giusta alla violenza non è l’odio. Una città sicura si costruisce assieme, vivendola in tutti i suoi aspetti, senza escludere nessuno e fornendo servizi e welfare che non siano opere di misericordia o di carità ma diritti acquisiti. Dobbiamo capire che nessuno può sentirsi sicuro se qualcuno viene lasciato indietro”.
L’aumento del degrado, dei reati – Mestre è diventata uno dei crocevia più importanti della regione per il traffico di droga – e degli episodi di violenza anche verso i residenti, ha visto la nascita di molte associazioni di cittadini come “Riprendiamoci la Città” che hanno dato vita a manifestazioni che hanno portato in piazza migliaia di persone. “Noi cerchiamo di aiutare come possiamo queste persone che dalle istituzioni non hanno nulla – spiega Laura -. Persone che se le cacciano da un quartiere non hanno alternative che spostarsi su un’altro. Ma soprattutto cerchiamo di presidiare il territorio e di far capire che la vera sicurezza o è di tutti o non è di nessuno, e che non puoi pensare di star bene tu se gli altri stanno male”.
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