Rina Rizzi, l’ultima mamma delle Case Lancia – Bolzano
BOLZANO. Era il settembre del 1952. La prima volta in una casa vera. Rina Rizzi se lo ricorda bene quel giorno di fine estate. Carretti a tre ruote spinti a mano, biciclette caricate all’inverosimile: materassi, mobili, tavoli, valigie, “aras” della frutta straboccanti di legna e stoviglie.
«Fino a ventiquattro ore prima vivevo con mio marito e la nostra bambina in uno scantinato in via Piacenza. E se dico: “scantinato”, non scherzo. Una cantina era, sotto la casetta dove oggi c’è il bar Piacenza. Sopra la testa avevamo le grate del marciapiede. Se pioveva entrava l’acqua». Rina Rizzi l’altro giorno ha compiuto cento anni nel tinello del suo appartamento nelle Case Lancia al 172 di via Resia. Ultimo piano, quattro rampe di scale, settanta gradini, che fa ancora su e giù almeno un paio di volte alla settimana, perché l’ascensore non c’è. Quelle scale le sale da settantatré anni. Salute di ferro, solo da qualche mese ha una badante, la signora Tamar, che le dà una mano nelle faccende domestiche. Il figlio Roberto passa ogni giorno a darle un occhio. Ma lei, fiera, vuole vivere da sola. «Da qui non me ne vado nemmeno a cannonate».
Il tono non ammette repliche. È l’ultima rimasta degli inquilini originari. «Siamo entrate in novantadue famiglie. Tutte famiglie operaie. Cinque, forse seicento persone. Venivamo dal Veneto e dal Piemonte. Avevamo masticato la stessa polvere e la stessa fatica. Forse per quello eravamo così uniti. Ci aiutavamo sempre. Era una famiglia allargatissima».
Le Case Lancia
In via Resia, a due passi dal ponte, l’azienda aveva costruito quattro palazzine sull’onda dell’indignazione per la situazione abitativa disastrosa di gran parte dei lavoratori, suoi e di tutta la Zona industriale. Famiglie accampate nelle fatiscenti baracche in masonite del “Villaggio Lancia” tra lo stabilimento Viberti e la linea ferroviaria del Brennero. Gelide d’inverno, torride d’estate, promiscue e con i bagni in comune. («I topi là dentro azzannavano i bambini – ricorda Rina -. Per non parlare dell’incendio che nel ’51 si era mangiato mezza borgata»).
Famiglie sistemate tra le macerie delle bombe americane della seconda guerra mondiale. Famiglie che vivevano in tende e catapecchie lungo l’Isarco, nelle caverne del Virgolo, nei sottotetti dei Portici, nei serbatoi abbandonati dell’acqua, nelle cantine malsane di Don Bosco… Come Rina e suo marito. «Quando sono entrata qui dentro – prosegue sprofondata nel sofà -, mi sembrava di essere in paradiso. Perché una casa così, una casa vera, intendo, io non l’avevo mai avuta». Rina Rizzi riavvolge il nastro della vita. «Sono nata il 27 novembre 1925 a Isola Vicentina, un posto dove si campava a fatica nei campi dei ricchi agrari. Ero la prima di nove figli tra fratelli e sorelle. Non c’era da mangiare, la “casa” era una cascina di contadini poveri. Non c’era da fare filosofia, bisognava lavorare subito, già da bambini. Ricordo sui muri una scritta del fascio: “Se mangi troppo derubi la patria”. Rubare cosa? Noi morivamo di fame». Finite le elementari, va a cottimo in filanda. «Tessevamo lana e seta. Mi trattavano bene, ma si guadagnava poco e la pancia brontolava. Poi sono andata a servizio da una famiglia benestante di Vicenza».
Prima della guerra conosce “Nini”, Giovanni Meneguzzo, spalle larghe e sguardo alla Nazzari. «Puro caso – sorride Rina -, quel giorno avevo portato la gamella con la pastasciutta a mio papà che lavorava in fornace. Nini, che era di Malo, era passato a salutare degli amici di ritorno da Bolzano, dove aveva trovato lavoro alla Lancia insieme al padre. La freccia è scoccata al volo. Poco dopo, lui è partito per la guerra. Qualche lettera, poi niente. Il nulla. Non sapevo se fosse vivo o morto». Nini si fa la disastrosa campagna di Grecia. L’8 settembre del 1943 è in Slovenia. Si rifiuta di piegarsi ai tedeschi e ai fascisti di Salò. Finisce in un lager in Germania, lo Stalag IX-A a Ziegenhain, vicino a Kassel. Viene costretto a lavorare alla “Henschel & Sohn”, tra le più grandi fabbriche del Terzo Reich di armi e munizioni. «Non ne parlava mai – racconta il figlio Roberto, che siede accanto a Rina tenendole la mano -. Solo una volta mi disse che dalla disperazione rubava la bucce delle patate dai bidoni delle cucine. Se li prendevano, li ammazzavano. E se non morivano di botte, morivano di tifo, denutrizione, freddo e dissenteria».
Nini tiene per sé un terribile segreto: il 31 marzo 1945 un gruppo di settantotto prigionieri italiani, tutti suoi compagni, era stato massacrato dalle SS e dalla polizia militare alla stazione di Kassel. Stremati e affamati, avevano tentato di saccheggiare un treno merci abbandonato di generi alimentari. Quando – nel giugno ’45 – torna sfinito e malato, sparisce. «Era convinto che non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere». Non voleva illuderla, Rina. Passa mesi tra sanatori e ospedali militari. Ma tiene duro, riemerge dal buio, si rimette in forze. E finalmente bussa alla porta di Rina. «Sono qui: mi sposi?». L’anno dopo si promettono amore eterno davanti al prete. E così sarà fino (e anche oltre) alla morte di Giovanni, nel 1993. «A Bolzano – riprende il racconto Rina – c’erano i suoi genitori, arrivati con altri migliaia sull’onda dell’industrializzazione degli anni Trenta. Povera gente spinta solo dalla fame». Giovanni viene riassunto alla Lancia. «I primi tempi siamo stati dai suoceri in una casetta alle Semirurali, in via Vercelli 2; ma là dentro eravamo in troppi. E noi, nel frattempo, avevamo avuto Rosanna, la nostra prima figlia. Per avere una vita nostra, a un certo punto, ci siamo sistemati nelle cantine di via Piacenza».
Finalmente il bagno
L’ingresso alle Case Lancia nel ’52 è un piccolo shock. In positivo. A Rina brillano ancora gli occhi. «Entro e vedo: la cucina, il salotto, le due stanze da letto, il balcone, l’acqua corrente… Ma la vera rivoluzione, la cosa più bella, era il bagno, mai avuto prima un bagno tutto mio, con la vasca e tutto il resto».
Non è una leggenda, assicura Rina: uno di quegli operai veneti, che non aveva mai visto una vasca in vita sua e che aveva vissuto in una grotta umida sul Virgolo, chiedendosi a cosa diavolo servisse, ci mise la terra e ci fece l’orto. Altro “privilegio”: il riscaldamento. «Stufe di ghisa con un tubo che girava tutto l’appartamento lungo il soffitto per scaldare ogni ambiente. Solo Dio sa il freddo che abbiamo patito alle semirurali e in via Piacenza». Rina è l’ultima sopravvissuta della “prima generazione” di affittuari, diventati piano piano tutti proprietari grazie al riscatto. «C’è ancora qualche figlio e qualche nipote, ma la gran parte degli alloggi sono passati di mano. Della Lancia resta solo il nome appiccicato a queste palazzine».
Ricorda con dolcezza quel periodo felice, che segnava la fine delle privazioni. La speranza ripartiva da un esercito di marmocchi in calzoni corti. «Fai un conto – dice – 92 famiglie tutte giovani. Ogni famiglia aveva come minimo due figli. In cortile girava un battaglione di oltre duecento indemoniati tra bambini e bambine. E nessuno protestava se facevano baccano o sfondavano un vetro a pallonate. Erano gioia pura». «Il cortile era davvero immenso», ricorda Marco Ribetto, uno di quei bambini, che oggi è il “custode” della memoria delle case Lancia e della Bolzano operaia ormai ridotta al lumicino. «Bisogna chiudere gli occhi per immaginare com’era questa zona. Qui intorno c’era solo campagna e la via Resia senza palazzoni. Un campo sterminato di gioco, e anche di sfida». Ai contadini, per rubare quattro mele, un grappolo d’uva o due patate. «Noi donne – conclude Rina — la sera ci mettevamo sedute in cortile a fare qualche lavoretto e raccontarcela. Gli uomini, di ritorno dal turno in fabbrica si fermavano al bar Resia per un bicchiere e una partita a briscola. Non c’era altro. Ma era bellissimo. Era la libertà».






