ricordi alla “come eravamo” e noia
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Sanremo 2026: ricordi alla “Come eravamo” e noia. Partenza soft all’Ariston tra amarcord e normalità
La settantaseiesima edizione del Festival della Canzone Italiana parte nel segno della memoria. Sanremo 2026 sceglie di guardarsi allo specchio, evocando la tv che fu, più che tentare il colpo di teatro che accende l’Ariston e incendia i social. Il risultato? Una prima serata ordinata, composta, perfino elegante a tratti. Ma anche terribilmente, terribilmente, normale.
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L’apertura è tutta per Pippo Baudo, evocato come nume tutelare di un Festival che rivendica le proprie radici “nazionalpopolari”. La sua voce, accompagnata dall’iconico “Sanremo è Sanremo”, risveglia un brivido collettivo. È il momento più autentico della serata: un tuffo in quell’Italia dei tinelli, dei varietà del sabato sera, delle famiglie raccolte davanti alla tv. Amarcord allo stato puro. Poi, però, il presente bussa con meno forza del previsto.
Alla guida troviamo Carlo Conti, al suo quinto e ultimo Festival. Lui si definisce “cristiano e democratico”, precisazione che strappa un sorriso e insieme chiarisce la linea editoriale: un Sanremo inclusivo, rassicurante, senza scosse telluriche. Tutto molto misurato. Forse troppo.
Conti conduce con professionalità, tempi televisivi impeccabili, zero imprevisti. Ma anche zero guizzi. Le sue battute su Laura Pausini, per esempio, finiscono per suonare ripetitive già al secondo giro. E se è vero che il Festival non ha bisogno di fuochi d’artificio continui, è altrettanto vero che un minimo di scintilla aiuterebbe a tenere gli occhi aperti fino all’una e quarantacinque, orario di chiusura tra più di uno sbadiglio.
Laura Pausini, tornata all’Ariston con un abito nero vellutato e l’emozione ben visibile, viene utilizzata soprattutto per annunciare i cantanti in gara. Un ruolo quasi notarile per una delle voci italiane più riconoscibili nel mondo. Il breve duetto con Can Yaman, ospite muscolare della serata, resta uno dei momenti più discutibili: più curioso che necessario. Yaman, il “Sandokan del Terzo Millennio”, porta fisicità e presenza scenica, ma la parentesi musicale appare forzata, come un siparietto messo lì per ravvivare una minestra che fatica a bollire.
Il capitolo canzoni merita un discorso a parte. Trenta brani in gara, ascoltati uno dopo l’altro, in una sfilata ordinata che evita eccessi di outfit o provocazioni alla vecchia maniera. Ma anche qui, la parola che rimbalza è “mediocrità”. Non brutte canzoni, sia chiaro. Piuttosto pezzi corretti, radiofonici, spesso intercambiabili.
C’è chi strizza l’occhio al mondo Disney, come Arisa con un brano che sembra la colonna sonora scartata di un film d’animazione. C’è il tentativo di tormentone estivo firmato da LDA e Aka7even, già pronto per le playlist balneari. Funzionerà? Probabile. Resterà? Difficile dirlo.
Qualche lampo, però, si intravede. Ditonellapiaga porta freschezza e personalità. Fulminacci conferma la sua scrittura ironica e intelligente. Sal Da Vinci regala mestiere e melodia, mentre Levante ed Ermal Meta dimostrano ancora una volta di sapere costruire canzoni solide, con un’identità riconoscibile. Un applauso particolare va a J-Ax, che osa portare un tocco country all’Ariston. Non è una rivoluzione, ma almeno è un cambio di scenario. E in una serata così piatta, anche un semplice scarto stilistico diventa un segnale di vitalità.
Il problema di fondo non è l’assenza di grandi capolavori – quelli, del resto, non nascono per decreto – quanto la sensazione diffusa di trovarsi davanti a un Festival che non vuole rischiare. Tutto è calibrato, bilanciato, “democratico”. Ma Sanremo, nella sua storia, è diventato leggenda proprio quando ha esagerato, quando ha sbagliato, quando ha diviso. Basti pensare alle polemiche, ai monologhi contestati, alle scelte azzardate che hanno fatto discutere per settimane.
Quest’anno, invece, l’impressione è quella di un grande carrozzone – lussuoso, certo, con un budget importante – che procede su binari sicuri, senza deviazioni. Tra i momenti più toccanti, l’omaggio al maestro Beppe Vessicchio, recentemente scomparso, e il ricordo di Maurizio Costanzo. Applausi sentiti, uniti, quasi un rosario laico della memoria televisiva italiana. Emozione vera, che però appartiene più al passato che al presente.
Suggestiva anche la presenza di Gianna Pratesi, 105 anni, testimone del voto femminile del 2 giugno 1946. Un frammento di storia che riporta l’Ariston a un’Italia lontana, quasi in bianco e nero, evocando atmosfere simili a quelle raccontate in C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Un passaggio potente, che però accentua ancora di più il filo conduttore nostalgico della serata.
Sul fronte musicale extra-gara, sette minuti di medley per Tiziano Ferro, celebrato a 25 anni da “Xdono”. Professionale, impeccabile, ma senza quell’effetto sorpresa che ti fa dire “ne è valsa la pena”. Un compitino ben fatto, nulla più. In controluce, aleggia una domanda: dov’è l’epica? Dov’è il momento destinato a diventare meme, citazione, ricordo collettivo? Forse qualcuno sperava in un’apparizione a sorpresa di Adriano Celentano, come accadde nel 2012 con il suo monologo divisivo. Nulla di tutto ciò. Sanremo 2026 sceglie la normalità. E la normalità, all’Ariston, rischia di essere un difetto.
Intendiamoci: non è un disastro. È un Festival educato, corretto, perfino elegante in alcuni passaggi. Ma in un’epoca dominata dall’iperstimolazione social, dove ogni evento compete con lo scroll infinito, la sobrietà può trasformarsi in noia. La speranza è che le prossime serate riescano a cambiare ritmo. Che qualche canzone cresca all’ascolto, che un’esibizione sorprenda, che un ospite rompa gli schemi. Sanremo vive anche di seconde possibilità: brani partiti in sordina diventati poi inni generazionali.
Per ora, però, la fotografia della prima serata è chiara: tanto passato, poco presente, pochissimo futuro. Un Festival che guarda a “come eravamo” più che a “come saremo”. E che, almeno al primo giro di grammofono, non riesce a far battere il cuore come dovrebbe.
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