Lazio

Ricordando Giordano Bruno contro i nuovi inquisitori – Il Tempo


Foto: Il Tempo 

Daniele Capezzone

Una buona ragione per ricordare Giordano Bruno nell’anniversario del suo rogo?
Ce ne sono almeno due. La prima è che non lo farà nessun altro, è da presumere: e dunque tocca a noi, piccoli piccoli, compiere questo esercizio in (non voluta) solitudine. La seconda è che, pur inconsapevoli di esserlo, esistono oggi numerosi eredi non di Giordano Bruno ma dei suoi carnefici. Intendo dire che è ormai abbandonata, almeno qui in Occidente, la «tecnologia» del rogo. Ma la volontà censoria e l’intolleranza, l’attitudine a scovare e punire «eresie», restano le stesse. E dove accade oggi? Non nell’Inquisizione che, come tale, non esiste più da secoli. Ma tra i piccoli inquisitori progressisti, i gendarmi del pensiero unico, i nemici istintivi del dissenso. Se oggi c’è da stare in pena per qualcosa, amici lettori, quel qualcosa è proprio la libertà di parola.
C’è un chiaro rischio di censura. Di più. Il rischio maggiore con cui dobbiamo misurarci – schizofrenicamente alimentato proprio da chi ama mostrarsi come difensore della «diversità» – è quello di chi vuole imporre una generale omogeneità, un’omologazione tanto più ferrea quanto apparentemente spontanea. E invece è «spintanea», è indotta, è forzata.

«Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune», ammoniva profeticamente molti decenni fa un poeta come Sandro Penna. Ecco, oggi il tema non è tanto quello sessuale, a cui Penna in primo luogo si riferiva, quanto la necessità esistenziale – proprio per vivere, prim’ancora che per es refelici, obiettivo fin tr po ambizioso, come si s di costruire e difendere gli spazi di autentica di renza. Senza cercare l’accettazione di chicchessia, senza chiedere che qualche occhiuto guardiano ci conceda un lasciapassare, senza elemosinare dai tenutari di media e cultura «ufficiali» nessuna patente di ammissibilità. Anzi, rifiutando la legittimità delle «cupole» politicamente corrette, respingendo il loro diritto di ammetterci o di escluderci dal perimetro dell’accettabile, negando in radice a chiunque – quando si tratta di libertà di pensiero e parola –ruoli da giudice, anzi da (peraltro autoproclamata) Corte di Cassazione. E la destra che deve fare? Deve svegliarsi e combattere con armi nuove una difficile battaglia culturale.

Nonostante le vittorie elettorali ottenute, tutto resta maledettamente precario e in discussione. Rimangono in palio le grandi città (dove la sinistra continua a vincere, non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente) e il voto giovanile (che sarebbe folle dare come largamente non raggiungibile). E ingenerale, per essere competitivi contro l’intolleranza e gli eccessi politicamente corretti, occorre alzare la bandiera della libertà (non certo della chiusura, dell’arroccamento, del ripiegamento sul passato). Questa lezione dovrebbe essere ben compresa dalla destra politica e culturale: contro i nuovi puritani servono «freedomfighters» liberalconservatori, combattenti per la libertà sorridenti, non ideologici, non pallosi. E quanto alla vecchia cappa di sinistra, bisogna romperla, non puntare a sostituirla con una cappetta alternativa. Coraggio, amici!
Ps. Come volevasi dimostrare. Se fosse confermata, sarebbe una pessima notizia il rinvio a giudizio di Andrea Ballarati, organizzatore di recenti conferenze sulla remigrazione, per le sue opinioni sull’argomento (qualificate come “incitamento all’odio razziale”). Le idee di Ballarati si possono condividere o no, ma non vietare o perseguire penalmente. La libertà di opinione, di pensiero e di parola va difesa sempre. 




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