Richard Linklater, il regista americano che ha riscoperto la Nouvelle Vague
Se Paola Cortellesi, in Italia, ha provato a riportare il neorealismo nelle sale con un lavoro puntuale e capillare come C’è Ancora Domani, l’America non è da meno con Richard Linklater. Il regista americano ha, nei fatti e nella sostanza, ripescato uno stile dalla soffitta riuscendo a renderlo attuale senza snaturarlo.
Il genere di riferimento, in questo caso, è la Nouvelle Vague. L’opera del regista si intitola proprio così e imita un genere che ha saputo sintetizzare e rappresentare una cultura al punto da farne un movimento. In Francia. La scommessa, vinta da Linklater, era quella di arrivare in casa d’altri e dimostrare che un americano sia in grado di ricordare al grande pubblico che il cinema francese ha fatto cose irripetibili che i posteri possono soltanto ripescare per cercare di renderle attuali e ancora spendibili.
Richard Linklater e il nuovo approccio alla Nouvelle Vague
Per questo la storia di riferimento è quella di un capostipite del genere come Jean Luc Godard, il quale ha realizzato il suo primo e più famoso film nel 1960. Fino all’ultimo respiro ha segnato uno spartiacque, non solo all’interno del cinema francese, fra prima e dopo. Un lavoro con cui chiunque volesse ripercorrere le medesime suggestioni ed emozioni in sala ha dovuto fare i conti.

Linklater, attraverso Nouvelle Vague, uscito recentemente al cinema, si avvicina a questo insieme di possibilità e risorse con il garbo di chi ha sempre apprezzato la materia e anche con la curiosità di chi vuole – in qualche maniera – tornare a occuparsene. Il risultato finale è uno dei film meno “canonici” che parlano di cinema.
Un’imitazione intensa e necessaria
L’approccio di Linklater è completamente diverso da quel che ci si aspetterebbe. Il suo non è un film sulla Nouvelle Vague: si tratta di un’opera immersa nella Nouvelle Vague. La differenza è sottile, ma sostanziale: l’opera è scritta, diretta, interpretata e girata per somigliare in tutto e per tutto a un film di quegli anni – che vanno dal 1958 e il 1964 – senza immergersi completamente in quel tipo di sensazioni e rimandi.
Il mix fra imitazione e tributo, infatti, rende l’insieme dell’opera completamente avanguardista. Un passo in avanti che è piaciuto alla giuria del Festival di Cannes, nel maggio scorso, quando è stato presentato il film alla stampa, e poi è stato apprezzato persino da Cahiers Du Cinema. La rivista per cui Godard, su cui il film si basa, in passato insieme ad altri critici ed esperti del settore.
I francesi approvano
Linklater, dunque, ha vinto la propria scommessa con gli addetti ai lavori perchè non solo il suo film è piaciuto agli esperti, ma è stato idolatrato anche da coloro che la Nouvelle Vague (in un passato non ancora così remoto) l’hanno raccontata e descritta insieme a Godard stesso. Una “benedizione” che è molto più di un semplice attestato di stima: significa, in altre parole, un americano può spiegare ai posteri il cinema francese. Questo, in definitiva, è una sorta di passaggio di testimone nonché superamento di un confine e successivo ampliamento di paradigma.
Un tentativo, nel passato recente, compiuto anche da altri. Basti pensare che Michel Hazanavicius, nel 2017, portò alla ribalta un’opera dal titolo piuttosto evocativo: Il mio Godard. Risultato, per gli esperti del genere, da dimenticare. Quella è stata definita come un’operazione di “revisionismo” e “adattamento” evitabile. I francesi non sono contro la rivalutazione della Nouvelle Vague, ma se dev’essere fatta occorre partire da un paio di concetti fondamentali: passione e rispetto per il soggetto. Il lavoro di Linklater è forse il più appassionato e intenso progetto relativo all’universo francese che ha dato vita al successivo movimento culturale conosciuto ancora oggi.
Richard Linklater supera Michel Hazanavicius
Premura che, secondo parte degli addetti ai lavori, Michel Hazanavicius non ha avuto e per questo motivo ha pagato un giudizio troppo severo ma ugualmente definitivo. Richard Linklater, invece, ha un altro passo: il suo Nouvelle Vague punta molto sul riscatto di un pubblico giovane, lo stesso che ha dato inizio a certe tendenze negli anni Sessanta, desideroso di prendere esempio da quel che stava accadendo oltre confine. Da qui le influenze del cinema americano che inizia a insidiarsi in Francia con la complicità del boom economico e demografico. La settima arte diventa visione del mondo e Godard rappresenta l’insieme delle suggestioni e le necessità di quegli anni.
Linklater prende tutto questo insieme di peculiarità e volontà collettive facendone un nuovo film manifesto, dimostrando come i francesi – tra il 1958 e il 1964 – dimostrarono di essere al passo con i tempi e incalzare sulle nuove necessità artistiche. Le influenze di Hitchcock e i Western, senza contare i polizieschi, iniziarono a farsi sentire e la Nouvelle Vague promosse un approccio differente proprio in termini di sceneggiature proposte e sviluppo architettonico di un’opera.
Nel segno di Godard e Truffaut
La trasmissione di concetti valevoli ancora oggi, per questo Linklater usa un film così complesso e necessario per dimostrare che non solo il cinema è ancora necessario, ma può tornare a essere il collante fra passato e presente verso un futuro ancora da determinare. Senza dimenticare i capisaldi di una cultura in evoluzione che passa da Godard a Truffaut nel giro di un ciak.
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