Report, inchiesta shock: “così spiano i computer dei magistrati”
Negli ultimi giorni è esplosa una discussione che tocca un nervo scoperto: la riservatezza del lavoro nelle procure e nei tribunali italiani. Un’inchiesta di Report solleva nuovi dubbi su come funzionino i sistemi informatici del Ministero della Giustizia, e il clima non sembra destinato a stemperarsi.
Al centro di tutto c’è un programma di gestione remota installato su migliaia di computer dell’amministrazione giudiziaria. La sua presenza non è una novità, ma il modo in cui sarebbe stato impiegato, stando alle testimonianze raccolte, ha aperto un fronte politico e istituzionale che sta già facendo molto rumore.
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Il software sotto accusa
Il programma in questione si chiama ECM/SCCM, acronimo di Endpoint Configuration Manager e System Center Configuration Manager, due strumenti di gestione centralizzata sviluppati da Microsoft. Il Ministero li usa dal 2019 per amministrare circa 40.000 dispositivi in uffici giudiziari, procure e tribunali. Secondo l’inchiesta, però, questo software offrirebbe anche la possibilità di un accesso remoto che non lascerebbe tracce evidenti per l’utente.
Report sostiene che i tecnici del dipartimento tecnologico del Ministero abbiano installato ECM su tutta la rete giudiziaria «all’insaputa» del ministro dell’epoca, Alfonso Bonafede. Nella versione presentata dalla trasmissione di Rai3, un tecnico con privilegi da amministratore potrebbe attivare funzioni di controllo senza che il magistrato seduto alla scrivania se ne accorga.
Le anticipazioni dell’inchiesta puntano il dito su un dettaglio specifico: le impostazioni di default indicate dal Ministero prevedono il controllo remoto disattivato, ma per Report questo non basterebbe a escludere usi impropri.
Le reazioni politiche e istituzionali
La denuncia ha immediatamente acceso il dibattito politico. La deputata del Partito Democratico Debora Serracchiani ha parlato di una possibile violazione della segretatezza delle indagini e di un rischio per l’autonomia della magistratura, chiedendo spiegazioni dirette alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e le dimissioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio nel caso le accuse trovassero conferma.
La risposta del ministro è arrivata rapidamente.
Nordio ha definito le anticipazioni «accuse surreali», sostenendo che l’infrastruttura attuale sia la stessa attiva da anni e che non permetta alcuna forma di videosorveglianza o lettura dei contenuti. Il ministro ha precisato che funzioni come la visione dello schermo o l’attivazione di microfoni richiederebbero un’autorizzazione esplicita dell’utente e sarebbero comunque registrate nei sistemi.
Da parte sua, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci ha ribattuto affermando che la trasmissione dispone di una testimonianza che dimostrerebbe il contrario, parlando apertamente di una questione «gravissima».
La testimonianza del magistrato
A dare sostanza alle anticipazioni di Report c’è anche la voce di Aldo Tirone, giudice del Tribunale di Alessandria. Tirone racconta di essere venuto a conoscenza delle potenzialità del software tramite la confidenza di un tecnico informatico, che gli avrebbe parlato della possibilità di essere «spiati» senza alcun avviso.
Secondo la sua ricostruzione, Tirone avrebbe chiesto una verifica concreta collegandosi con un tecnico di un altro ufficio giudiziario.
Durante questo test, il giudice avrebbe aperto un file chiamato «Dante» senza notare nulla di anomalo, mentre l’interlocutore dichiarava di vedere in diretta ciò che compariva sullo schermo, senza che fosse mai apparsa una richiesta di autorizzazione.
Il suo racconto è uno degli elementi centrali dell’inchiesta che Report renderà pubblica, accompagnato da documenti e testimonianze che la redazione definisce «esclusive».
L’intera vicenda resta ora sospesa tra ricostruzioni opposte e toni sempre più accesi, segnale di quanto un “semplice” software possa trasformarsi rapidamente in terreno di scontro politico e istituzionale, soprattutto quando ci sono di mezzo dati sensibili.
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