Sardegna

Renato Soru: “La Sardegna ha bisogno di un cambiamento profondo” | Prima pagina, Regione

Le Regionali del 2024 vedranno un ritorno sulla scena politica sarda: Renato Soru da tempo sta girando in lungo e in largo la Sardegna per presentare la sua “Rivoluzione Gentile.

66 anni, sanlurese, laurea in in discipline economiche e sociali, imprenditore e fondatore di Tiscali. Già Presidente della Regione dal 2004 al 2009, è stato anche Europarlamentare (dal 2014 al 2019) e segretario del Partito Democratico.

Si presenta ai nastri di partenza affiancato da Progressisti, +Europa, Upc, Liberu, Sardegna Chiama Sardegna, Progres, Irs, Progetto Sardegna. Nelle prossime settimane potrebbero aggiungersi anche altre forze politiche.

Ai microfoni di Cagliaripad ha espresso sensazioni, emozioni, idee della sua nuova candidatura alla guida della Sardegna.

Vista l’esperienza quasi ventennale in politica, cosa la spinge ad una nuova candidatura?

A dare un senso a tutto quello che ho fatto finora. In un certo punto della mia vita, anche produttivo e favorevole del mio lavoro.. stiamo parlando del 2004.. ho pensato sarebbe stato più interessante dedicarmi ad un progetto non solo personale o imprenditoriale, ma collettivo. Volevo poter fare per la Sardegna quello che ero riuscito a fare nel mondo del lavoro. Cioè premiare la creatività, il coraggio, l’assunzione di responsabilità, le competenze. E immaginare un mondo nuovo, diverso, dell’innovazione, del lavoro buono, del lavoro stabile e ben retribuito. Pensavo sarebbe stato per 5 anni. In realtà poi ci si rende conto che la politica ha tempi necessariamente più lunghi di quelli dell’impresa. Per questo mi sono ricandidato per altri anni. Quel percorso di innovazione e di cambiamento della società è stato interrotto prima del dovuto. E ora mi pare che la Sardegna sia caduta in uno stato di rassegnazione e disillusione. Per me è il tempo di riproporre un progetto di cambiamento profondo della Sardegna.

Dal 2004 ad oggi, com’è cambiato il suo approccio al dialogo coi sardi?

Ho avuto un lungo periodo di riflessione, in cui mi sono allontanato dalla politica attiva, dall’impegno quotidiano. Però non ho mai smesso di guardare alle cose della Sardegna, di avere uno sguardo che riflette l’esperienza comune di tutta la gente sarda. Mi chiedo qual è il riflesso di questi ritardi, del malfunzionamento. Ne sento il peso. L’emozione è la stessa del 2004, l’impegno è aumentato, la passione altrettanto. Oggi la Sardegna è più sfiduciata, stanca, impoverita. Siamo tornati all’obiettivo 1: le statistiche ci dicono che il 15% dei sardi sta rinunciando a curarsi perché la sanità pubblica è arretrata ed è sostituita da quella privata. E chi non ce la fa, semplicemente, rinuncia a curarsi. Il lavoro manca e chi ce l’ha, ha un lavoro povero o precario. Che non basta per portare avanti una famiglia in maniera serena. I problemi sono molti di più e c’è bisogno di avere lo sguardo verso le opportunità che il futuro offre. E che sono grandi per la Sardegna. Credo di poter dire di essere diverso da 15 anni fa. Avevo solo successi, allora. Ho pensato di poter avere un’unica possibilità nel mio cammino. Ho fatto una esperienza preziosa in questi anni di sconfitte, insuccessi, difficoltà. Come tutti, ho vissuto momenti di scoramento, di sfiducia. È difficile rialzarsi. So che ci si può rialzare. Ci si deve rialzare. Si può ripartire. Mi sono rialzato con coraggio e determinazione, ora voglio accompagnare la Sardegna a rialzarsi.

Il fronte che la sostiene si è arricchito dell’ingresso di tre forze: Sardegna chiama Sardegna, Irs e Progres. Qual è il suo rapporto con gli alleati?

Trovo che ci sia un clima di adesione al desiderio di fare qualcosa di vero per la Sardegna. Non c’è una adesione automatica legata a criteri romani o equilibri di potere. È una adesione fortemente ideale, slegata da ambizioni personali di qualsiasi genere. È una assunzione di responsabilità collettiva che sta interessando partiti, movimenti, pezzi di società civile. La Sardegna ha bisogno di un progetto nuovo. Ha bisogno di mettere in campo le sue capacità migliori. E lo deve fare fuori dai vincoli romani, da imposizioni. Il centrodestra non ha nessun imbarazzo a dire che decidono a Roma. Poi il giorno dopo parlano di autonomia, di battere i pugni con lo Stato. La coalizione 5 Stelle-Pd fa finta che una imposizione non ci sia, nega le cose più evidenti. Magari il Pd di Schlein pensa che l’alleanza coi 5 Stelle sia un passo ineluttabile in vista delle prossime elezioni politiche. Qualcun altro guarda alle Europee. Ma nessuno di loro guarda alla Sardegna. Ecco perché occorre un progetto pensato per la Sardegna per i prossimi 20 anni. Pensato dai sardi per i sardi.

Guardiamo agli ultimi 5 anni. Perché secondo lei la Sardegna ha bisogno di un cambiamento?

Provo a mettere in ordine.. la macchina regionale è completamente bloccata. Non riesce a spendere le risorse che ha. Pare che nelle casse della regione ci sia una cifra intorno ai 3 miliardi di euro non spesa. Risultano non spesi circa il 25% dei fondi straordinari europei del periodo 2013-2020. Siamo nel 2024, quel periodo è scaduto da 4 anni e quelle risorse ci verranno tolte in gran parte. Delle risorse previste per il periodo 2020-2027 non abbiamo ancora speso un euro. È evidente che non c’è solo una cattiva amministrazione ma una macchina che si è inceppata. È facile trovarne i motivi: è una macchina pensata nel 1977, e che usa gli strumenti anche digitali fermi a 15 anni fa. È una Regione che non ha seguito il percorso dell’innovazione tecnologica e delle possibilità di oggi. E da questo ne discende tutto.

Che cosa, in particolare?

La sanità non sta più curando le persone. Il diritto non è più garantito. Bisogna investire in inclusione sociale, c’è una sanità da rimettere in ordine. Senza grandi cambiamenti, senza perdere tempo, per garantire la salute dei pazienti. Dobbiamo focalizzarci sul personale sanitario. Dobbiamo superare l’emergenza. Della continuità territoriale, dopo anni di tariffa unica, non si è riusciti a dare ai sardi la possibilità di viaggiare con tariffe assicurate in tante città. Pensiamo a quanti sardi emigrati, in questi giorni, saranno costretti a pagare 5/600 euro di biglietto aereo. Una continuità territoriale che non esiste più. E che dire dell’invasione barbarica di nuove servitù? Come quella energetica. Abbiamo progetti di nuovi impianti di energia rinnovabile per 50 gigawatt e alcuni si sovrappongono in alcune zone della Sardegna in maniera caotica. E questo perché? Perché non si è riusciti a dialogare col governo per tempo, prima che venisse emesso il decreto legislativo. Una partita importantissima totalmente trascurata. Una nuova servitù che si aggiunge a quella del consumo dei nostri boschi, dello sfruttamento delle miniere, delle servitù militari. Qualche settimana fa, il ministro della Difesa ha detto che non c’è in Sardegna un problema di servitù militari e che non c’è l’idea di diminuire la presenza. Anzi! In altri tempi si sarebbe sollevata la voce della politica sarda. Invece gliel’hanno lasciato dire, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Poi c’è il problema della scuola sarda..

Quali sono le problematiche della scuola sarda?

In questi anni abbiamo assistito alla ripresa della dispersione scolastica. Ad un peggioramento nella qualità dell’insegnamento scolastico e dell’apprendimento. Non abbiamo avuto un solo bando per la formazione professionale. I fondi del fondo sociale europeo dedicati espressamente all’inclusione sociale e alla formazione professionale risultano non spesi. Il mondo dell’istruzione, così importante per assicurare un futuro e uscire dalla povertà e bastare a se stessi, è abbandonato. Nessuno ha presentato una proposta di legge sulla scuola. Eppure sono passati 15 anni dalla mia legislatura. Eppure dal 2000, con la riforma del Titolo V, abbiamo una responsabilità concorrente in questa materia. Che possiamo esercitare solo se abbiamo approvato una legge. Solo così possiamo sederci ad un tavolo col ministero all’Istruzione e parlare di dimensionamento scolastico, decidere che non contano i numeri standard della Lombardia per confermare qui la presenza di una scuola o per chiuderla. Davanti ad una Sardegna che si improverisce, che ha sempre più bisogno di istruzione, noi che facciamo? Chiudiamo le scuole. Non investiamo sulla scuola. È evidente che la Sardegna è arresa, senza visione del futuro. Ecco perché noi, nei primissimi mesi della legislatura, approveremo la legge sull’istruzione e la formazione.

Allora proviamo a vedere il futuro. Quali sono i tre temi principali sui quali intende battersi qualora venisse eletto presidente?

Prima di impegnarmi su ogni singolo punto, occorre riorganizzare e aggiornare la macchina regionale. Promuovendo una vera transizione digitale, facendo in modo che sia più trasparente, efficiente, più vicina ai cittadini. Semplice come una qualunque app del nostro smartphone. E serve un nuovo confronto con lo Stato. Prenderci le nostre responsabilità ma anche pretendere i nostri diritti. In modo da intervenire in maniera più diretta sulla continuità territoriale aerea e marittima, sulla produzione di energia elettrica, sulla scuola, sulle competenze materiali e digitali. Vorrei una Sardegna basata su pilastri diversi rispetto al passato. Si è condannati all’assistenza, oggi, se non si esce dalla giovane età con un bagaglio sufficiente di competenze di qualunque tipo. Infine possiamo avere un ruolo fondamentale sulla transizione verde. Oggi non è più il tempo dello sfruttamento delle risorse naturali. Oggi il lavoro buono esce dalla tutela ambientale, dalla salvaguardia del pianeta, dalla capacità di mettere in moto una economia circolare, che non consumi e non sprechi nulla, ma sia capace di mettere in circolo gli scarti. Abbiamo un sacco di possibilità. Mi piacerebbe immaginare per il 2030 una Sardegna completamente circolare, capace di recuperare e riusare al proprio interno le risorse. E poi c’è un tema nuovo: con l’agenzia Forestas abbiamo 250 mila ettari forestali in gestione. È il secondo patrimonio forestale d’Italia. E abbiamo quasi un altro milione di ettari di pascolarborato, tipico della Sardegna. Un patrimonio che è il più grande contributo in Italia alla cattura di Co2. Coi cambiamenti climatici, il superamento dell’energia delle risorse fossili, l’attenzione alla tutela del pianeta, la Sardegna può giocare un ruolo importantissimo. Nell’Europa di oggi, la cattura del Co2 ottiene un riconoscimento. Chi inquina, paga i certificati bianchi. Che possono darci molte risorse economiche nelle zone interne della Sardegna e finanziare ulteriori attività in gestione delle foreste.

In questo mese ha avuto una serie di incontri nei territori della Sardegna. Qual è la cosa più bella che si porta dietro?

L’affetto di tanta gente. Che avevo perso per strada. Tante facce diverse. Anche un unico volto indistinto, al maschile e al femminile della Sardegna di oggi. È una Sardegna che ha una grandissima voglia di rimettersi in campo. Di uno scossone. Ce la può fare. Il mio impegno può essere una valida mano d’aiuto. Mi porto dietro il volto di due genitori, non giovanissimi. Che sono venuti a parlarmi di loro figlio, partito da un paese piccolissimo, che col Master & Back ha fatto un dottorato all’estero, oggi insegna all’università. Questo ragazzo e la moglie stanno per rientrare in Sardegna. Sono un esempio che quando pianti un seme, non vedi il frutto l’indomani mattina. Ma curandolo e proteggendolo con pazienza, prima o poi spunterà. E spunteranno i semi e raccoglieremo i frutti di un lavoro umile, prezioso, ma lungimirante.

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