Friuli Venezia Giulia

Registrazioni Crans – Montana: riflessioni su un incidente

06.01.2026 – 9.00 – La tragedia di Crans-Montana, esplosa nella notte di Capodanno all’interno del bar-discoteca Le Constellation e costata la vita ad almeno quaranta persone con oltre cento feriti, si configura come uno degli eventi più drammatici degli ultimi anni in Europa, scuotendo le comunità direttamente coinvolte ma anche il tessuto psicologico collettivo di chi ha assistito alle prime immagini e alle cronache successive.

Quel locale, trasformato in trappola mortale da scintille di una “fontanella” pirotecnica su una bottiglia di champagne che incendiarono il soffitto, divenne in pochi secondi un inferno, imprigionando chi era dentro tra fiamme e vie di fuga insufficienti. I racconti dei sopravvissuti — “una carneficina… nessuna via di fuga, solo un muro di fuoco” — mostrano la rapidità con cui un rito festivo si è mutato in tragedia irreversibile, spezzando vite e catapultando famiglie e amici in un dolore destabilizzante.

In questo scenario, una delle reazioni sociali e psicologiche che ha fatto discutere riguarda il comportamento di chi filma o riprende con i telefoni cellulari scene di pericolo o addirittura dei primi istanti di rogo. È facile, per chi osserva dall’esterno, giudicare questi gesti come cinici o irrispettosi. Ma è la stessa psicologia sociale e clinica ad offrire spiegazioni più profonde che trascendono la superficie del “semplice voyeurismo”.

Innanzitutto, registrare una tragedia non è solo un atto di documentazione. Può essere interpretato come un meccanismo psicologico di difesa messo in atto per gestire l’ansia e l’impotenza di fronte al pericolo. Secondo varie teorie, quando la mente umana è esposta a eventi traumatici, si attivano processi inconsci volti a creare una distanza emotiva dall’esperienza che mette a rischio la propria integrità. In altre parole, l’atto di riprendere può dare un’illusione di controllo su una situazione caotica e fuori controllo. Questo è un fenomeno noto anche nel contesto del terror management, una teoria psicologica secondo cui gli individui cercano di fronteggiare l’angoscia esistenziale provocata dalla consapevolezza della morte attraverso strategie cognitive e simboliche per ridurre l’ansia.

Psicologi e neuroscienziati hanno osservato che, durante un trauma, le aree cerebrali che codificano la narrazione coerente degli eventi si disattivano o funzionano in modo disordinato, mentre aree coinvolte nelle emozioni diventano iperattive. Il risultato è una memoria frammentata e sensoriale piuttosto che lineare e narrativa. Per qualcuno, riprendere in quel momento può rappresentare un tentativo di “fermare” la scena, di creare un ancoraggio esterno a cui aggrapparsi quando la mente interna è sconvolta.

Parallelamente, registrare con il proprio smartphone può essere una forma di coping (affrontare lo stress). Una strategia psicologica che non elimina l’emozione dolorosa ma la rende in qualche modo più gestibile. In situazioni di caos estremo, fissare con un video quel che accade può temporaneamente spostare l’attenzione dal sentimento di impotenza verso un compito percepito come “razionale” o “utile”, trasformando il soggetto da spettatore passivo a testimone attivo.

Allo stesso tempo, questo comportamento può dar luogo a narrazioni sociali nocive. La tendenza a colpevolizzare chi registra (accusandolo, ad esempio, di superficialità o di incoscienza) può riflettere un bisogno psicologico di ristabilire ordine e controllo nella propria visione del mondo. Di fronte a un evento inspiegabile e casuale, come un incendio che uccide giovani festeggianti che non avevano alcuna colpa reale, l’opinione pubblica può ricorrere a una “ipotesi del mondo giusto”. Un bias cognitivo per cui “le cose brutte accadono solo a chi se le merita”, usata per smorzare l’ansia dell’imprevedibilità. In questo modo, attribuire colpe a chi filma o ai comportamenti dei presenti diventa una difesa psicologica per sentirsi, illusoriamente, al sicuro dalla stessa sorte.

È importante sottolineare che questi meccanismi non giustificano l’uso insensibile di riprese di tragedie altrui, né minimizzano la sofferenza di chi ha perso persone care o è sopravvissuto a tali eventi. Piuttosto, offrono uno sguardo sulle dinamiche inconsce che spingono individui sotto stress estremo a reagire in modi che sfidano l’intuizione morale comune. Comprendere questi processi può aiutare media, istituzioni e comunità a gestire con più empatia le reazioni collettive alle catastrofi, senza cadere in semplificazioni e colpevolizzazioni rischiose.

[e.c.]




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