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Regeni, la legale: “Dal governo Meloni ingiustizie”. I genitori: “Traditi dagli esecutivi”

“Da questo governo Meloni ci sono state tante ingiustizie rispetto a Giulio, speriamo smetta. La proroga del Memorandum d’intesa tra il ministero della Difesa italiano e quello egiziano? Una nuova ferita. Ci vorrebbe coerenza, non vendere armi al Cairo o formare la loro polizia“. Dal Senato è l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, a rispondere al Fattoquotidiano.it, rispetto all’ultimo atto della normalizzazione tra Roma e il Cairo: un disegno di legge approvato pochi giorni fa in Consiglio dei ministri, nel silenzio o quasi di media e politica

“Il Memorandum viene prorogato sino alla conclusione di un nuovo Accordo tra le Parti sulla cooperazione nei medesimi settori della difesa. Il prolungamento della cooperazione rappresenta una leva decisiva per valorizzare appieno le potenzialità di una relazione che già oggi poggia su basi politiche e militari solide e condivise“, si legge nella nota stringata di Palazzo Chigi. Un provvedimento che si aggiunge al rinnovo della cooperazione con l’Accademia di polizia del Cairo, sancito a fine gennaio nella Capitale, nella cornice della seconda fase di Itepa2, come progetto di cooperazione per la formazione delle forze di sicurezza di 22 Paesi africani. E al discusso vertice del Viminale di pochi giorni prima, con tanto di onori e complimenti, tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, omaggiato con tanto di photo opportunity e comunicato in cui si rivendicava il “dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”.

Nessun imbarazzo di fronte a un regime che è considerato “Paese sicuro“ dal governo Meloni, al di là delle violazioni sistematiche dei diritti, delle sparizioni forzate, delle torture. Un Paese, quello nordafricano, nel quale già negli anni precedenti non era mancata la sfilata di premier e ministri, alle quali si è accodata, colpevole, la stessa Unione europea.

Roma e il Cairo, amici come prima, più di prima. Ora, l’ultimo oltraggio, mentre si attende entro l’autunno la sentenza del processo sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio, dieci anni dopo l’omicidio del giovane ricercatore. Imputati sono quattro 007 della Nsa, l’agenzia di sicurezza egiziana: Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo maggiore Sharif è contestato anche il concorso in lesioni personali aggravate e in omicidio aggravato”). Ma se è chiaro da tempo, grazie alla tenacia della famiglia, al lavoro della procura di Roma e al di là di una verità giudiziaria ancora da scrivere, chi siano stati gli esecutori e dove si trovino i mandanti, in Italia l’esecutivo continua nel suo percorso che lo lega al Cairo. Così come fatto, al massimo con sfumature diverse, anche da quelli precedenti, nel nome della realpolitik, degli accordi commerciali e geopolitici.

“Per fortuna in Italia vige la separazione dei poteri, cosa che non esiste in Egitto. E così abbiamo avuto una magistratura che è andata avanti, seppur con fatica. E la Corte costituzionale ha ribadito l’inviolabilità del diritto alla verità, strettamente legata alla dignità della persona e del Paese. L’Egitto non è un paese sicuro: ogni giorno 3 o 4 persone fanno la fine di Giulio”, ha ribadito Ballerini, nel corso di una conferenza in Senato, alla quale hanno partecipato anche i genitori di Giulio, a margine di un’iniziativa promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo (“Università per Giulio Regeni”), che vede 76 atenei italiani uniti per la libertà di ricerca. Poco prima, invece, nell’Aula dei gruppi parlamentari di Montecitorio era stato proiettato il documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, prodotto da Fandango e Ganesh, diretto da Simone Manetti e scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi.

Pochi i politici che hanno preso parte alla proiezione: c’erano i dem Gianni Cuperlo e Andrea Giorgis, i deputati M5s Riccardo Ricciardi e Gilda Sportiello e il senatore Avs Peppe De Cristofaro, mentre a Palazzo Madama si sono fatti vedere anche l’ex ministro Marco Minniti, Piero Fassino e Lia Quartapelle (Pd), Ilaria Cucchi e l’ex premier Mario Monti. E pochi altri.

“Dieci anni fa esatti, il 30 marzo 2016, noi eravamo qui. Ci siamo ritrovati con questa sala piena. È stato il primo evento dove noi abbiamo gridato al mondo che forse l’Egitto non è l’Egitto degli incontri bilaterali, non è l’Egitto delle locandine turistiche, ma il vero Egitto è quello che noi e voi avete visto nel documentario”, ha ricordato Paola Deffendi, madre di Giulio. Mentre il padre Claudio ha sottolineato dieci anni di battaglie, non ancora concluse, per ottenere verità e giustizia. Ed esecutivi che non hanno rispettato le promesse, rimaste sulla carta: “Ci siamo sentiti un po’ traditi dai nostri governi”, ha aggiunto replicando al Fatto. “La prima volta quando è stato rinviato l’ambasciatore nel 2017 (governo Gentiloni, ndr). La seconda volta quando sono state vendute le navi da guerra all’Egitto, in netto contrasto con la legge 185/90 (nel corso del governo Conte 2, ndr)”. Parole condivise dalla madre di Giulio, Paola: “Abbiamo cambiato in dieci anni sei governi e abbiamo visto tutti i processi di ‘normalizzazione’. Chi più, chi meno. Fin dall’inizio c’era prima un dire e poi un fare diverso”.

Con l’ultimo, quello Meloni, la nuova pax nei rapporti politici e commerciali tra i due Paesi ha raggiunto il suo apice: “La normalizzazione ha a che fare con la coerenza e l’incoerenza. Non c’è dignità”, ha attaccato Deffendi. “Vorrei ricordare che la presidenza del Consiglio dei Ministri, in un atto di un po’ di anni fa, ma tutt’ora valido, si è costituita parte civile nel procedimento. Quindi lo Stato italiano è danneggiato dal sequestro, dalle torture e dall’uccisione di Giulio. Per questo ci vorrebbe una certa coerenza. Se è così, con quel dittatore che ha detto che non collabora, con quella dittatura che ha insultato la nostra magistratura pubblicamente e che ha insultato pubblicamente in atti pubblici anche i genitori di Giulio, non bisognerebbe collaborare, né esportare armi e anche sistemi di spionaggio. Giulio probabilmente è stato spiato con dei sistemi che abbiamo venduto noi. Noi ci aspettiamo una verità processuale e che possa diventare più difficile torturare un essere umano restando nell’assoluta impunità”, ha sottolineato Ballerini.

Dalle opposizioni, invece, c’è chi guarda alla fine del processo, in attesa della sentenza: “Se il processo dovesse terminare in un certo modo, il nostro Paese non potrà far finta di nulla o che non ci sia stato. Bisognerà immaginare da subito una pressione politica fortissima per l’estradizione di eventuali colpevoli”, ha spiegato De Cristofaro (Avs). Mentre Cuperlo, tra i pochi parlamentari sempre presenti alle udienze del processo, ha annunciato la necessità di una mobilitazione nel percorso parlamentare di conversione e ratifica del Memorandum e non solo: “I diritti umani non possono essere sacrificati sull’altare del realismo politico. Rispetto al rinnovo di questo Memorandum, alle politiche di riapertura di credito del governo Meloni e del ministro Piantedosi nei confronti del regime egiziano dobbiamo far sentire forte la nostra voce. Siamo di fronte a un grumo di interessi di carattere geopolitico, strategico, economico, energetico, pensiamo agli interessi dell’Eni in quel bacino del Mediterraneo. Ma non possiamo relegare la battaglia sui principi e sui valori dentro la cornice degli eventi cerimoniali e poi pensare che il corso della politica segua il sentiero del più cinico realismo. Perché a furia di percorrere quel sentiero a pagare il prezzo sarebbe la dignità del nostro Paese“.


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