Referendum sulla giustizia, le ragioni del Sì: l’intervento di Emanuele Olcese

In vista del referendum confermativo della riforma della giustizia, su cui saremo chiamati a votare il 22 e 23 marzo Genova24 ha chiesto ad alcuni professionisti e tecnici cosa voteranno e perché. Il primo intervento per il SI’ alla riforma è quello dell’avvocato penalista Emanuele Olcese, componente del consiglio direttivo della Camera penale ligure Ernesto Monteverde.
In tutti i Paesi democratici giudice e Pm sono separati, l’Italia resta in compagnia solo di Turchia, Romania e Ungheria. Il giudice ha il compito di verificare (e se l’approva la rende giuridicamente vera) l’ipotesi accusatoria del Pm: il Giudice è il controllore del Pm. Controllore e controllato possono condividere la stessa casa, la stessa carriera, la stessa organizzazione?
La riforma oggetto di referendum è l’attuazione del già esistente art. 111 della Costituzione che afferma “Ogni processo di svolge in contraddittorio tra le parti, in condizione di parità, davanti ad un giudice terzo e imparziale”. È conseguente allora separare giudici e pubblica accusa, separarne le organizzazioni (due Csm) così che il Giudice non sia solo terzo rispetto alla politica ma anche rispetto alle pressioni dei suoi colleghi.
L’idea di una magistratura unita risale ad una legge fascista con cui l’allora ministro Dino Grandi, in ottica totalitaristica, univa giudice e pubblico ministero nella ricerca della verità di regime. I sostenitori del no affermano che questa riforma vuole mettere la magistratura (e/o soprattutto i pubblici ministeri) sotto il controllo della politica. È un’affermazione infondata basti considerare che la nuova norma costituzionale (art. 104 Cost.) riafferma testualmente che “la magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente” (esattamente come il testo precedente) aggiungendo che “essa è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente (i pm)”.
I sostenitori del fronte del no richiamano i valori dei Padri Costituenti, la cultura della giurisdizione, la separazione dei poteri e la tenuta democratica del Paese: è sufficiente leggere le norma per capire che si tratta solo di una narrazione ma come diceva Pessoa “perché rovinare una bella storia con la verità?”
Per mettere i Pm sotto il controllo del governo occorrerebbe una nuova legge costituzionale che modificasse la riforma, un nuovo iter parlamentare, un nuovo referendum e buona parte dell’avvocatura organizzata – me compreso – voterebbe no. Chi del fronte del no riconosce che non si può negare questa evidenza concentra le proprie critiche sul sistema di nomina dei magistrati nei nuovi CSM (due, uno per ogni carriera): il sorteggio.
Il sorteggio dei magistrati (più volte invocato dal procuratore Nicola Gratteri in passato) è inevitabilmente la risposta alle degenerazioni delle correnti interne alla magistratura che hanno trasformato un organo di alta amministrazione, una garanzia costituzionale in un malinteso “parlamentino delle toghe” dove le decisioni non vengono assunte sulla base di criteri oggettivi ma in base a rapporti di forza, di logiche di appartenenza.
Il caso Palamara è solo la punta dell’iceberg, non si tratta di un “mariuolo” isolato ma l’evidenza di un male endemico: basti ricordare la vicenda del lontano 1988 quando il CSM preferì un anonimo magistrato che si era occupato solo di diritto civile a Giovanni Falcone per il posto di Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Sono mille le obiezioni del fronte del no sul sorteggio, due le risposte: perché i magistrati si possono eleggere i giudici mentre i cittadini non possono farlo? Se un qualsiasi giudice può decidere di fare fallire la mia impresa, può allontanare da me i miei figli, può decidere della mia libertà personale perché non sarebbe in grado si decidere sulla carriera dei suoi pari?
La riforma della giustizia viene da lontano, dal 1989 quando venne promulgato il nuovo codice di procedura penale accusatorio da parte dell’allora Ministro Giuliano Vassalli, giurista, partigiano e socialista. La separazione delle carriere era nel progetto della bicamerale D’Alema era ancora nel piano di Governo del PD sottoscritto nel 2019 da Debora Serracchiani, attuale sostenitrice del NO. La politica, ostaggio della magistratura dai tempi di tangentopoli, non ha mai avuto il coraggio e la forza di attuare sino in fondo il dettato costituzionale del giusto processo. La proposta di riforma costituzionale dell’Unione delle Camere Penali Italiane giaceva dal 2017 in Parlamento.
Votare sì non significa delegittimare la magistratura, significa rendere il Giudice terzo e indipendente, renderlo più forte nel garantire i diritti dei cittadini, significa scardinare il sistema del correntismo. Solo questa riforma può ridare credibilità ad una magistratura sempre più delegittimata agli occhi dei cittadini. Solo la fiducia dei cittadini in una magistratura realmente indipendente rende accettabili le sentenze anche quando non accontentano l’opinione pubblica.




