Referendum, Orlando all’appello per il No: “Salviamo la Costituzione da chi la vuole stravolgere”
Qualunque esito avrà, non dobbiamo pensare che il voto sulla giustizia debba avere un riflesso sul governo: stiamo chiedendo di partecipare non contro Meloni, ma a favore della Costituzione». Suona così, la sintesi dell’ex ministro oggi consigliere regionale dem Andrea Orlando sulla mobilitazione per il No, già partita la volata in vista del referendum del 22 e 23 marzo.
L’ex Guardasigilli torna parlare di partito, legge elettorale e della fase politica in Regione Liguria, e dà la sua versione sul perché «sia giusto non politicizzare il dibattito referendario», anche se «è ragionevole pensare che la scelta di modificare la Costituzione abbia a che vedere con l’insofferenza da parte di questo governo e della destra in generale nei confronti di tutti i poteri di controllo. Dalla magistratura ai sindacati fino alla stampa e l’opposizione».
Detta così, però, diventa difficile non politicizzare il dibattito, come si dice da sinistra sin dai primi passi della campagna per il No.
«Ma infatti penso il referendum vada politicizzato ma in un senso preciso, non facendone una questione di centrosinistra contro centrodestra ma tra la difesa della Costituzione e lo stravolgimento surrettizio dei fondamenti costituzionali. L’ha detto bene anche Elly Schlein. Ecco perché l’appello va fatto alla maggioranza degli italiani che si riconosce nella Costituzione, anche quelli di destra, o che non vanno a votare. E poi il disegno di quello che vale questo voto ce l’ha fatto con chiarezza lo stesso Nordio».
Nordio ha messo in fila i puntini: si inizia con la riforma della giustizia, si passa al premierato, quindi alla legge elettorale.
«Un percorso preciso che porterebbe a una concentrazione di poteri ben diversa da quello che volevano i padri costituenti, quando hanno pensato a un sistema di controlli incrociati. E risulta difficile pensare che quello che hanno deciso i Mortati, i Valiani, i Saragat, Dossetti, Leone, Terracini o Pertini possa essere banalizzato alla chetichella dai Gasparri, Delmastro, Malan, Nordio stesso».
È questo, insomma, il senso in cui va politicizzato il referendum?
«Sì. Anche perché questo contrasto di fondo mette in imbarazzo i cosiddetti liberali che sostengono il Sì. Il punto politico è l’insofferenza di chi ha promosso questa riforma a qualsiasi dialettica o sistema di controllo di chiunque possa disturbare il manovratore. Ne è dimostrazione lo stesso iter di approvazione con la riforma uscita dalle camere senza che fosse modificata una virgola. Quando le democrazie liberali, lo sappiamo bene, pur con i loro difetti, reggono perché esiste ancora chi può farlo».
Pensa sia chiaro, al Paese, o hanno ragione i sondaggi che vedono il No in crescita ma ancora tantissimi non interessati?
«Su temi di questo genere in realtà gli italiani sono sempre stati molto cauti. Hanno bocciato pure Renzi e Berlusconi, anche quando erano molto forti, a capo di fronti molto più inclusivi di quello che sta dietro a questa riforma. Sta a noi, sollevare la maggioranza nobilmente conservatrice di questo Paese».
L’attacco alla magistratura non è iniziativa così originale, a destra. Cosa cambia da quello di era berlusconiana, e come si contiene?
«Sapevamo saremmo tornati qui, con questo governo, anche se molti hanno fatto finta di no. Berlusconi però attaccava i magistrati per difendersi dalle inchieste, a questo giro il disegno è più sofisticato, c’è anche la matrice culturale: chiunque intralci il manovratore, il leader diretta manifestazione della volontà nazionale, viene visto come un nemico della nazione».
Come si spiega, anche nel Pd ci sia chi si è deciso di appoggiare il Sì?
«Un errore di lettura politica che sta già emergendo e emergerà sempre più evidente, anche per come il governo sta facendo campagna per il Si. Va difeso un meccanismo che va corretto, rivisto con legge ordinaria, ma senza mettere in discussione la carta costituente. Anche davanti all’esercizio di un potere intimidatorio da parte di Meloni, e all’evidenza del vero scopo della riforma: non la parità delle parti davanti al giudice terzo, né il tema dell’autogoverno della magistratura, ma il rafforzamento del potere esecutivo attraverso la destrutturazione degli altri. La scelta del sorteggio non è casuale».
Anche la riforma della legge elettorale, va in questa direzione?
«Una riforma del genere non si fa a un anno dalle elezioni, quando da destra ci si accorge che l’attuale maggioranza non avrebbe i numeri per rimanere tale. Si vuole fare una legge che vada oltre il Rosatellum? Si doveva iniziare prima, a inizio legislatura. Processi di questo genere richiedono riflessioni serie».
A proposito di processi. Come commenta le scelte della Regione sulla mancata costituzione di parte civile nel processo per voto di scambio? Prima un no, ora un forse.
«Mi chiedo se ci siano ancora i termini processuali, e penso questo autorizzi tutte le illazioni: perché non è stato fatto subito, quando c’è una norma che ne avrebbe fatto un automatismo? I dubbi aumentano, se mettiamo in fila questa vicenda con il caso Gambino a Genova, le assunzioni alla vigilia del voto, vari episodi di un quadro generale di inquinamento del processo elettorale preoccupante. Sulla carta chi ha vinto le elezioni avrebbe interesse a fare chiarezza. Ci diranno i giudici come sono andate queste vicende, però è urgente sapere se c’è chi ha fatto pressioni per impedire la costituzione di parte civile o teme la verità, dentro o intorno alla giunta».
In tutto questo, il mondo e il Medio Oriente sono di nuovo in guerra. Cosa succede ora in Italia?
«La destabilizzazione di quell’area ha riflessi sul Mediterraneo, sui traffici navali, sul costo dell’energia e più nel complesso sulla sicurezza. Di certo, si sta andando verso il caos globale, non un nuovo ordine. E in questo caos i paesi come il nostro pagano il prezzo più alto».
Siamo nelle condizioni, di rispondere alle urgenze del caso?
«Ha detto tanto il caso Crosetto, di cui mi hanno lasciato esterrefatto le parole al ritorno da Dubai. Era lì a titolo personale o istituzionale? Il vuoto di conoscenza sulla gravità del momento è suo e del ministero o dei servizi? In entrambi i casi non sarebbe una buona notizia per la sicurezza del Paese»
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